Vergine, sposa fedele – 28 maggio

 

Maria, tu fosti veramente sposa
tranne che nella carne. Tu e Giuseppe
non siete stati uniti dal sottile legame
di due rinunciatari,
ma dalla sublime fusione di due olocausti
nel fuoco dello Spirito. La tua anima,
o vergine,
si è tuffata nell’anima del tuo uomo
in un amore tenerissimo e forte,
reciproco,
che solo la morte ha per un attimo separato.

Avevate Dio da custodire. Ognuno di noi
ha Dio in sé: sposi e consacrati,
preti e suore, giovani fidanzati
e vecchi coniugi. Ognuno
è custode fedele del suo Dio,
che ha fissato nella nostra anima
la sua dimora,
per farne un regno d’amore.

E Dio va rispettato, ammirato,
adorato,
gli si adorna di fiori la casa
e si eleva l’incenso della preghiera.

Fai, o Maria, che comprendiamo
fino a che punto la nostra famiglia
debba essere tabernacolo di Dio.

Famiglia, “ piccola chiesa”,
dove ciascuno è tempio vivo dello Spirito Santo!

Che nessuno sconsacri questo luogo
dalla presenza di Dio
e nessuno tradisca, rinneghi il Suo Amore.

La sensibilità di una mamma

Don Giuseppe è il nono di quattordici figli, ogni volta che ci penso medito sul fatto che , se sua madre e suo padre avessero praticato la limitazione delle nascite, non ci sarebbe stata al mondo una persona come lui.
Nel 1938 era giovane e una domenica, con altri due amici, se ne sono andati a fare una bella gita in moscone subito dopo mangiato a Rimini. <Al largo abbiamo incontrato un giovane marinaio dell’oratorio che si allenava, nuotando come un pesce, alla lunga permanenza in mare. <Forza, buttatevi>, ci disse, <guardate che mare c’è, azzurro e pulito>. Eravamo giovani e incoscienti e ci siamo buttati in due con tutto il pranzo sullo stomaco. Ho nuotato per qualche cento metri, poi ho avvertito che la luce degli occhi si annebbiava e ho tentato di voltarmi per tornare al moscone, ma le forze mi sono venute meno. Prima di affondare ho gridato “aiuto” per richiamare l’attenzione di quello sulla barca, ma non ho gridato “mamma”, avevo venti anni e ho capito che stavo annegando. Allora, nell’andare giù, ho preso aria con un grosso respiro e mi sono reso conto che bisognava tentare di salvarsi. Davanti agli occhi sbarrati vedevo il colore del mare diventare sempre più intenso e oscuro, allora ho pensato: “Sto annegando, per ritornare a galla in fretta devo fare il morto e non agitarmi”. Col filo di coscienza che ancora mi rimaneva mi sono messo teso e sono tornato su; il marinaio, inteso il grido, si era avvicinato al luogo in cui ero sprofondato e quando sono riemerso me lo sono trovato proprio sopra di me, istintivamente mi sono aggrappato a lui con una certa violenza, forse gli ho bloccato anche le braccia, ha capito che potevo trascinarmelo di sotto e si è divincolato per liberarsi.
Intanto quello sulla barca, agitato e preoccupato, guardava verso di me e automaticamente remava d’istinto in senso inverso, allontanandosi invece di avvicinarsi.
Visto che stavo risprofondando, ho ripetuto tutto il ragionamento e le azioni di prima: grosso respiro, mettermi nella posizione del morto. Ritornando a galla, mi sono trovato di nuovo il marinaio accanto, che però stavolta mi si è avvicinato prudentemente e, sostenendomi con una mano sotto il petto, con l’altro braccio nuotava e mi ha aiutato a raggiungere il moscone, intanto quello sul moscone, che era don Guglielmo, si era un po’ raccapezzato e si era avvicinato, tremando come una foglia più di me.
Mentre avveniva tutto questo, mia madre, a Roma, stava riposando su un divano, erano le 15,30 circa, ha dato un grido: <C’è un figlio in pericolo! C’è un figlio in pericolo! >, aveva percepito che si trattava di un figlio anche se non sapeva chi fosse. Silvana, l’altra sorella, dovette telefonare e scrivere a tutti quanti per rassicurarla e io dovetti constatare che il fatto era avvenuto nel preciso momento del mio incidente.

Domenica Luise

 

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