Natale, Pasqua, Pentecoste e Gloria Eterna nel rosario

I primi misteri sono quelli della vocazione all’amore.

Primo mistero gaudioso: l’arcangelo annuncia a Maria che sarà Madre di Dio.
Primo mistero doloroso: l’agonia di Gesù nel Getsemani.
Primo mistero della luce: Il battesimo di Gesù nel Giordano.
Primo mistero glorioso: la resurrezione di Gesù.

Primo gaudioso: Vuoi tu, Maria, concepire, gestire e partorire il Figlio di Dio a tutta l’umanità?
Che significa: Vuoi tu, creatura, continuamente e simultaneamente, in questa vita terrena ed in quella celeste, concepire per azione del Padre, che è lo Spirito Santo del Padre, gestire per azione del Figlio, che è lo Spirito Santo del Figlio e partorire Gesù in azione purissima di Spirito Santo?
Il sì della creatura è totale come il sì di Maria perché la creatura dà a Dio tutto quello che può, che ha e che è per quanto sia poco.
Il primo mistero doloroso è Gesù nel Getsemani, vocazione alla croce per amore dei propri fratelli uomini.
Il primo mistero della luce è il battesimo di Gesù nel Giordano, vocazione all’umiltà di Dio innocente, che assume su di sé i peccati umani per lavarli.
Il primo mistero glorioso è la vocazione alla resurrezione di Gesù alla vita eterna e perfettamente felice, capostipite di tutta l’umanità del presente, del passato e del futuro.

I secondi misteri sono quelli della visita di Dio agli esseri umani.

Secondo mistero gaudioso: la visita di Maria a santa Elisabetta.
Secondo mistero doloroso: la flagellazione di Gesù.
Secondo mistero della luce: la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Caana.
Secondo mistero glorioso: l’ascensione di Gesù al cielo.

Nel secondo gaudioso Maria, Madre di Dio, fa visita ad Elisabetta,madre del precursore, è il trionfo della maternità del Padre, che genera il Figlio nella carne umana perché Egli visiti la terra.
Il secondo doloroso è Gesù ricevuto dai peccati umani che lo flagellano: ecco in che modo le creature accolgono la visita del Creatore.
Nel secondo mistero della luce Gesù, in visita con Maria agli sposi ed a ciascun essere umano, anche a me, ed in visita personale ed unica, come se nel tempo e nell’eternità io fossi l’unica creatura umana amata e salvata, trasforma l’acqua in vino prefigurando l’Eucaristia con la transustanziazione del vino nel suo sangue.
Nel secondo glorioso Gesù ascende al Padre in una visita perenne, non come uno che vada per poi tornarsene via, ed è segno della visita eterna che ogni essere umano farà al proprio Dio appena morirà.
Nella visita di una persona amata e lungamente desiderata c’è gioia, luce del dolore attraversato e vinto e gloria di unione, così è il Paradiso dell’umanità: la creatura visita il suo Dio per rimanere senza allontanarsene mai più, sul modello tangibile di Cristo asceso al Padre e tolto alla terra in azione di Spirito Santo.

I terzi misteri sono quelli della regalità.

Terzo mistero gaudioso: la nascita di Gesù a Betlemme.
Terzo mistero doloroso: Gesù incoronato di spine.
Terzo mistero della luce: la predicazione di Gesù in mezzo agli uomini.
Terzo mistero glorioso: l’effusione dello Spirito Santo.

Nel terzo gaudioso Gesù, nato nei disagi di un viaggio, dopo che mamma e papà sono stati scacciati da tutti gli alberghi essendo evidentemente poveri, è il sacerdote della miseria umana perché l’avidità e la superbia della ricchezza impediscono il sacerdozio regale di tutti gli esseri umani, che siano cristiani o no.
Terzo doloroso, regalità di Gesù incoronato di spine, profeta e sacerdote e, in Lui, di tutti gli uomini uno per uno.
Terzo mistero della luce, Gesù annuncia il regno del Padre e l’annuncio è opera dello Spirito Santo, quindi è lo Spirito Santo perché Dio è quello che dice: regalità della parola.
Terzo mistero glorioso, l’Effusione dello Spirito Santo è eterna in Dio da sempre ed eterna negli esseri umani
dalla propria creazione in poi. Il donarsi di Dio in Dio ed alla creazione è regalità dell’azione divina perché Dio è quello che fa.

Il quarto mistero del rosario è il viaggio di Dio e dell’umanità verso il Paradiso.

Quarto mistero gaudioso, la presentazione di Gesù Bambino al tempio.
Quarto mistero doloroso: Gesù sale sul Calvario con la croce sulle spalle.
Quarto mistero della luce: la trasfigurazione di Gesù.
Quarto mistero glorioso: l’assunzione al cielo di Maria.

IV mistero gaudioso: Maria e Giuseppe portano il Figlio al tempio per la circoncisione, che apre il Paradiso a tutte le creature, nessuna esclusa.
È il primo sangue di Gesù, che mi fa capire:
Non ci fu piaga che non si proiettasse nell’anima e nella carne di mia Madre, corredentrice in tutto e a tutti gli effetti.
Il tutto di Dio a tutta l’umanità del passato, del presente e del futuro.
IV doloroso: Gesù porta la croce camminando verso il Paradiso del Calvario, dove il cielo di Dio è totalmente aperto e sparso in sovrabbondanza sulla creazione.
IV della luce: Gesù si trasfigura sul Paradiso del Tabor, dove è salito con gli apostoli più intimi, simbolo di tutte le creature umane.
IV glorioso: Il viaggio di Maria, assunta in anima e corpo dalla terra al cielo, che incarna in sé il compimento perfetto di ogni creatura umana del presente, del passato e del futuro.

Il quinto mistero del rosario è quello del Paradiso raggiunto

Quinto mistero gaudioso: Gesù è ritrovato fra i dottori del tempio.
Quinto mistero doloroso: Gesù è appeso in croce.
Quinto mistero della luce: il dono dell’Eucaristia.
Quinto mistero glorioso: il Paradiso dell’eterna visione.

V gaudioso: Maria e Giuseppe ritrovano Gesù nel tempio, fra i dottori, dopo una ricerca affannosa. Sulla terra lo chiamate “ il lieto fine “, segno di ogni pace dopo la lotta, ogni gioia dopo il dolore e ricongiungimento dopo la separazione.
V doloroso, Gesù crocifisso, segno di ogni creatura umana crocifissa. La crocifissione è il Paradiso in dono ad ognuno nella consumazione totale della sofferenza e della morte.
V della luce, l’Eucaristia è il Paradiso di fede in terra uguale al Paradiso della visione, ma in oscuro.
V mistero della gloria, è il Paradiso svelato e Dio posseduto così come Egli è, ma è  lo stesso Paradiso del ritrovamento di Gesù fra i dottori, lo stesso Paradiso della croce, lo stesso Paradiso dell’Eucaristia: tutto il Paradiso.

Domenica Luise

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Vergine, colomba incandescente – 31 maggio

 

Maria, tu sei la colomba incandescente
che vola da Dio agli uomini e dagli uomini a Dio!

 Il tuo biancore è dono del Padre;
il cuore che batte te lo regala il Figlio squarciato sulla croce,
sicché tu possiedi il cuore del Figlio
nell’immacolatezza del Padre;
le ali te le dà lo Spirito di fuoco!

Maria, il Padre ti ha scelta perché tu sia la lente
attraverso la quale gli occhi miopi degli uomini
possano vedere Dio e le nostre anime,
come uno stormo al tuo comando,
unite, obbedienti, fedeli,
volino con te nell’intimo amore trinitario
tubando
e scambiando un amore inenarrabile
tra noi e con tutto Iddio.

Lì attingiamo i segreti divini,
li riportiamo in terra e annunciamo alle genti
il suo amore di papà
che ha viscere misericordiosissime per tutti gli uomini
e non si stanca di aspettarli,
di amarli come ama il Figlio.

Proclamiamo
che il Cristo è venuto in terra,
è morto in croce ed è risorto per ognuno di noi,
e che lo Spirito, da quella prima pentecoste,
continua incessantemente a effondersi
in bene, pace, gioia, sapienza
e fuoco d’amore divino su chiunque accetti di riceverlo.

Con te, o Maria, colomba incandescente,
noi siamo colombe di Dio
capaci di addolcire anche gli avvoltoi
con l’amore inesauribile del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo.

Con te
versiamo biancore sul fango
e tutto diventa biancore,
gioia di Dio sulla sofferenza
e tutto diventa gioia,
volo di Dio sui vermi
e tutti i vermi si trasformano in farfalle; con te, Maria,
portiamo il cielo sulla terra e la terra al cielo
perché tutto divenga cielo.

 

L’amore della mamma

 È un donnino rugoso, ancora a lutto, che parla di vestiti: anche alle vecchie addolorate, talvolta, l’idea di un vestito serve da nirvana. Ci conosciamo appena e, stranamente, mi viene subito appresso, <Ti devo raccontare una cosa>, dice, e mi parla di suo figlio. Quand’ero giovane dicevo a Gesù: <Signore, io mi sposo perché voglio un figlio sacerdote>, quando sono nati due maschi mi sono sentita felice e li ho mandati a fare le medie in seminario, ma senza mai dire: <Fatevi sacerdoti>, quando poi mi sono accorta che la vocazione non c’era, tutte le mattine, nella Comunione, dicevo a Gesù: <Signore, se uno di questi figli o tutti e due si dovranno perdere per la vita eterna, allora prendili a qualunque ora li vuoi perché io te li do>. E così Dio mi ha preso Mario, che è morto a diciannove anni dopo nove mesi e mezzo di letto con reumatismi articolari al cuore e alla fine trentacinque giorni di meningite. Prima di avere la meningite, quando si è accorto che moriva, dopo tre, quattro mesi di malattia, diceva: <Mamma, perché tu spendi tutti questi soldi, tanto io morirò, anche se guarisco io non verrò mai un uomo sano, che faccio nella vita?>. Un giorno si è vestito, alzato, affacciato al balcone, i ragazzini del vicinato stavano giù e gli facevano festa: <Uh, è guarito Mario, è guarito Mario!>, <Mamma, li senti? Non lo sanno che io devo morire. Mamma, quando io muoio tu non devi fare la matta, non devi piangere e strillare, mi devi foderare la cassa di celeste e non mi devi mettere dritto da sembrare un morto, ma con la testa girata un pochino da un lato e le mani giunte perché io sono stato sempre allegro>. Poi Mario ebbe una crisi e per qualche tempo non fece più la Comunione. Quando mi accorsi che non riusciva più a parlare bene gli chiesi perché non la rifacesse, e lui: <È giunta l’ora? Va bene, stasera confessione, Comunione ed estrema unzione>, e la sera chiese al prete: <Cosa mi manca per andare in paradiso?>, <Nulla, perché hai avuto la grazia delle grazie>, <Allora, don Nicò, ci rivediamo fra cent’anni in paradiso>. Non sapevo che quel giorno mio figlio doveva morire, ero stata a messa e avevo fatto la Comunione, uscendo dalla chiesa un sacerdote, don Modesto, mi chiese: <Quintina, come sta Mario?>, dentro di me, in quel momento, ho sentito: <Don Modesto, penso che non arriva a stasera>. Allora sono tornata a casa e ho provato un senso di debolezza e dentro di me ho pregato: <Signore, mi hai dato tanta forza, dammene un altro po’, aiutami, fammi superare questo momento>. Dalla punta dei piedi per tutto il corpo, fino alla testa, mi sono sentita inondare di un calore simile a quando uno fa un’endovenosa, questo calore è stato una forza interiore tale che io potevo sfidare le montagne. Allora mi sono portata uno specchietto, ho preso la testa di mio figlio incosciente, l’ho messa sul braccio sinistro e ho incominciato a pregare, con l’altro lo tenevo abbracciato e ho pregato, ho pregato, cos’ho detto non lo so. Si è spento senza sofferenza, si è addormentato. Ho preso lo specchietto e gliel’ho messo davanti alla bocca, ho capito che era morto e in quel momento, non so se nella mia fantasia, ho immaginato, visto qualche cosa tra il cielo e la terra, non mio figlio, ma una qualche cosa di mio figlio, che volava su, che svolazzava, qualche cosa di misterioso che non lo so, gli angeli, la vergine, i santi che l’accoglievano, se c’era Dio lì in mezzo non lo so, era tutta una cosa, non lo so, allora in quel momento ho ripetuto per diverse volte al Signore, ma con tutto il cuore: <Signore, io ti prometto di non versare una lacrima, ma Tu porta mio figlio in paradiso, ti dono questo mio figlio per la salvezza del sacerdote N.N. e di tutti i sacerdoti>. Quando mi sono girata ho trovato la camera piena di persone che non avevo visto entrare né avevo sentito.

Domenica Luise

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Mamma degli uomini – 30 maggio

 

Maria, dalla croce il tuo Gesù,
nel suo ultimo testamento d’amore,
ti ha lasciata a noi: <Donna …
ecco tuo figlio,
figlio …
ecco tua madre>.

 Gesù ha firmato col sangue quel testamento.

 La tua verginità consacrata
e la maternità divina
sono diventate, in quell’attimo,
verginità e maternità universali.

Sei mamma di ognuno di noi,
ci curi, ci aspetti, ci aiuti,
ci sollevi, ci prendi per mano. Sempre buona,
discreta, silenziosa,
compassionevole. Per ognuno di noi
hai patito flagellazione,
corona di spine, sputi, scherni,
chiodi della croce, lancia al cuore.

 Donaci
un po’ della tua maternità verginale
nell’amare i nostri fratelli: hanno bisogno
di essere accolti,
consolati,
perdonati,
di sapersi amati. Dacci
il tuo cuore di mamma.

 E prenditi cura di noi adesso
e nell’ora della nostra morte.

 

L’efficacia della preghiera materna

 Eravamo nell’ultimo, drammatico anno di guerra. Gli alleati incalzavano da ogni parte; parte dell’esercito italiano era passato con loro, i fascisti reagivano come potevano, il generale Graziani aveva chiamato a raccolta i soldati e i giovani ancora disponibili, le città erano martellate dai bombardamenti; stenti, fame e angoscia erano il pane quotidiano di quanti, impotenti, erano rimasti nelle città, col rischio continuo delle retate e della deportazione nei campi di lavoro in Germania o altrove.
Fu allora che anche Gaetano, il più piccolo di dieci fratelli, esasperato, decise di arruolarsi volontario con l’esercito di Graziani.
Anche per questo figlio ci fu, e con più lacrime, l’offerta totale di mamma Ida per la sua salvezza dai pericoli e la preghiera perenne a Maria ausiliatrice perché lo tenesse sotto la sua protezione materna, allargasse il suo manto e ne facesse uno scudo a difesa di questo giovane figlio inesperto.
Certamente tra mamme ci si intende e l’invocazione di mamma Ida dovette ripercuotersi fortemente nel cuore della mamma del cielo.
Il 25 aprile sorprese il giovane soldato a Bergamo. Gli ufficiali dettero ordine al suo raggruppamento di mettersi in abiti borghesi e tentare di rientrare nelle proprie famiglie. Il nostro rimediò da qualche parte un vestito, ma non le scarpe e dovette tenersi ai piedi gli scarponi militari. Il 27 aprile si incontrò faccia a faccia con due elementi delle brigate nere, che continuavano a combattere assieme ai tedeschi contro gli alleati. Fu un attimo, proprio da quel tipo di scarponi dovettero capire che quel giovane in borghese era uno dell’esercito di Graziani che “tradiva” e abbandonava la lotta e misero subito mano ai mitra. Erano momenti di passione, di furore politico, di rappresaglie sanguinose e di atti inconsulti. Ci fu un dialogo concitato, breve, violento e le canne dei mitra si alzarono contro il malcapitato, che di colpo si rese conto di quello che gli stava per accadere. Ma in quel momento si udì una voce: <Ragazzi, cosa fate!> mentre una donna, una piccola donna, si era intromessa tra i due e il condannato, invocando con accoramento materno: <Ma figlioli, cosa volete fare? Siete tutti giovani, perché volete fare una cosa tanto terribile? Ma non avete una madre? E non pensate che anche questo povero figlio ha una madre lontana, che chissà quanto starà in pena per lui? Pensate alle vostre madri e state buoni!>.
Queste e poche altre parole, pronunciate da quella provvidenziale e misteriosa mamma di Bergamo, ottennero l’effetto insperato: le armi si abbassarono e i due si allontanarono dopo avere mormorato all’altro: <Vattene, e ringrazia quella donna>.
Quando, finalmente, Gaetano poté ritornare a casa e riabbracciò sua madre ammalata ormai da oltre due anni e poi seppe delle altre tremende avventure dalle quali erano scampati gli altri suoi fratelli e sorelle, rimase colpito da tanta “fortuna” che tutti avevano avuto e per i gravissimi pericoli ai quali erano sfuggiti. Ma  quando, poi, si venne a conoscere quell’offerta della propria vita che la mamma aveva fatto per la salvezza dei figli e la quotidiana preghiera che lei rivolgeva alla Madonna perché glieli proteggesse da ogni pericolo, Gaetano e gli altri compresero: l’amore materno li aveva salvati, e Gaetano intuì come e perché quel 27 di aprile quella donnetta provvidenziale si era intromessa tra lui e i due mitra spianati.

Domenica Luise

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Vergine, olocausto perenne – 29 maggio

 

Le stimmate hanno tanti nomi
e tanti modi di essere, o Maria:
fori dei chiodi e squarcio al cuore,
o disprezzo, o sarcasmo,
o abbandono dei propri figli,
o delusione del proprio sposo,
o calunnia, o morte della persona cara,
o zitellaggio, o malattia,
o tradimento. Sempre croce è, Maria,
l’importante è capire: questa è croce di Gesù.

E’ croce di Gesù: quanto l’amiamo!
Perché, Maria, Gesù se l’è abbracciata
ed anche tu con lui. Vi troviamo
caduti sotto la croce con noi,
affannati come noi, esausti, insanguinati,
in agonia fino al fondo del calice.

Le tue preghiere, o vergine, sono l’amore di Maria
cantato dallo Spirito di Dio.
Le tue sofferenze sono l’amore di Maria
innalzato da Cristo sulla croce.
Le anime tue figlie sono l’amore di Maria
generato dal Padre contemporaneamente
alla generazione del Figlio. Tutto ciò che tu sei:
parto di anime, olocausto perenne, preghiera ardente,
è triplice
ed è puro in maniera triplice: tu sei
acqua viva del Padre,
che dà vita a te e alle anime, tuo parto;
sangue vivo del Figlio,
che dà vita a te e alle anime rigenerate;
fuoco vivo dello Spirito,
che dà vita a te e alle anime resuscitate.

Tutto ciò che tu sei
è vivo in maniera triplice:
generazione, redenzione, resurrezione.

Maria, grappolo d’uva spremuta
in sacrificio con Gesù,
mescola anche il nostro sangue nel sangue dell’altare
e sarà tutta resurrezione.

 

Mamma Ida

 Erano le 21 del 7 dicembre 1947. Mamma Ida, attorniata da una silenziosa e commossa schiera di figli (erano 9 in quel momento) e di altri familiari, stava morendo. Aveva accanto un figlio sacerdote, don Giuseppe, che le suggeriva con affetto infinito parole di fede illuminandole gli ultimi passi verso la casa del Padre.<Mamma, domani è la festa dell’Immacolata, vuoi passarla con noi o lassù, in Paradiso?>. La risposta, accompagnata da un luminoso, intensissimo sguardo d’amore a tutti i presenti, fu immediata e dolcissima: <In Paradiso, in Paradiso!>. Poco dopo, con un piccolo singulto, chinava il capo e deponeva la sua anima sulle mani del figlio sacerdote perché l’offrisse a quel Dio che aveva amato e servito con tutte le sue forze. Seguì un sommesso erompere di lacrime dal profondo dei cuori di quei figli e figlie che, abbracciati l’uno all’altro, cercavano conforto per la separazione dolorosa. Poi, come d’incanto, un fatto nuovo improvviso: tutti si sentirono invasi da una misteriosa ondata di gioia profonda, di serenità, di pace e tutti percepirono, allo stesso tempo, accanto a loro la presenza della mamma, misteriosa presenza che infondeva certezza di prolungata e intensificata protezione.
Era andata così. Con lo scoppiare della guerra i figli maschi erano sui vari fronti di combattimento e due delle figlie correvano pericoli gravissimi al nord per rappresaglie tra tedeschi, fascisti e partigiani.
Lei sapeva tutto questo e allora fece quello che tante madri sono capaci di fare. Scongiurò il Signore di salvarle i figli: <Se di una vittima c’è bisogno, eccomi, mio >Dio, prendi me e salva loro>. Eravamo nel 1943. Due giorni dopo una violentissima febbre la invadeva con dolori acutissimi, debilitanti. Fu l’inizio di una misteriosa, strana malattia, che nessun medico riuscì a diagnosticare e che non l’abbandonò mai più fino alla morte. Febbri violente accompagnate da dolori acuti, sosta di alcuni giorni e poi da capo. Così per cinque anni!
Intanto Mario vagava con la sua divisione da un fronte all’altro sempre illeso; Vincenzo, che era stato deportato in Germania e poi in Cecoslovacchia, non dava più ormai segni di vita; Gaetano, partito giovanissimo volontario per sopravvivere in qualche modo agli stenti di una Roma affamata e minacciata, stava passando i guai suoi al nord; l’altro figlio, che allora studiava teologia a Torino e poi in Umbria, si era trovato più volte sotto la pioggia di bombe a tu per tu con dei mitra puntati contro di lui, pronti a sparare. Le due figlie per veri miracoli erano ancora vive!…Mamma Ida intanto, rimasta sola con Silvana, continuava la sua offerta e la rinnovava, nel silenzio, ogni giorno.
Finì la guerra e, nella terribile confusione che ne seguì, nulla si sapeva di nessuno! Poi il miracolo. Nel giro di pochi giorni tutti tornarono nelle braccia della mamma ammalata, arrivati per le strade le più provvidenziali quasi per un appuntamento d’amore e di gratitudine a colei che, ed essi non lo sapevano ancora, li aveva salvati con l’offerta di se stessa.
Fu lei a rivelarlo un giorno al figlio sacerdote, che a nome di tutti le aveva detto: <Mamma, come vedi ora ci siamo tutti, adesso vogliamo che tu guarisca per godere un pochino con noi>.
<Figlio>, rispose, <ho da dirti una cosa, tu sei sacerdote e puoi capirmi>. E raccontò di quella sua preoccupazione materna e di quella sua offerta volontaria. <Il Signore mi ha presa in parola e voi siete salvi. Questo avevo chiesto e tanto mi basta. Vivete felici, vogliatevi bene e ricordatemi. Dal cielo continuerò ad amarvi e a starvi vicina>.

Domenica Luise

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Vergine, sposa fedele – 28 maggio

 

Maria, tu fosti veramente sposa
tranne che nella carne. Tu e Giuseppe
non siete stati uniti dal sottile legame
di due rinunciatari,
ma dalla sublime fusione di due olocausti
nel fuoco dello Spirito. La tua anima,
o vergine,
si è tuffata nell’anima del tuo uomo
in un amore tenerissimo e forte,
reciproco,
che solo la morte ha per un attimo separato.

Avevate Dio da custodire. Ognuno di noi
ha Dio in sé: sposi e consacrati,
preti e suore, giovani fidanzati
e vecchi coniugi. Ognuno
è custode fedele del suo Dio,
che ha fissato nella nostra anima
la sua dimora,
per farne un regno d’amore.

E Dio va rispettato, ammirato,
adorato,
gli si adorna di fiori la casa
e si eleva l’incenso della preghiera.

Fai, o Maria, che comprendiamo
fino a che punto la nostra famiglia
debba essere tabernacolo di Dio.

Famiglia, “ piccola chiesa”,
dove ciascuno è tempio vivo dello Spirito Santo!

Che nessuno sconsacri questo luogo
dalla presenza di Dio
e nessuno tradisca, rinneghi il Suo Amore.

La sensibilità di una mamma

Don Giuseppe è il nono di quattordici figli, ogni volta che ci penso medito sul fatto che , se sua madre e suo padre avessero praticato la limitazione delle nascite, non ci sarebbe stata al mondo una persona come lui.
Nel 1938 era giovane e una domenica, con altri due amici, se ne sono andati a fare una bella gita in moscone subito dopo mangiato a Rimini. <Al largo abbiamo incontrato un giovane marinaio dell’oratorio che si allenava, nuotando come un pesce, alla lunga permanenza in mare. <Forza, buttatevi>, ci disse, <guardate che mare c’è, azzurro e pulito>. Eravamo giovani e incoscienti e ci siamo buttati in due con tutto il pranzo sullo stomaco. Ho nuotato per qualche cento metri, poi ho avvertito che la luce degli occhi si annebbiava e ho tentato di voltarmi per tornare al moscone, ma le forze mi sono venute meno. Prima di affondare ho gridato “aiuto” per richiamare l’attenzione di quello sulla barca, ma non ho gridato “mamma”, avevo venti anni e ho capito che stavo annegando. Allora, nell’andare giù, ho preso aria con un grosso respiro e mi sono reso conto che bisognava tentare di salvarsi. Davanti agli occhi sbarrati vedevo il colore del mare diventare sempre più intenso e oscuro, allora ho pensato: “Sto annegando, per ritornare a galla in fretta devo fare il morto e non agitarmi”. Col filo di coscienza che ancora mi rimaneva mi sono messo teso e sono tornato su; il marinaio, inteso il grido, si era avvicinato al luogo in cui ero sprofondato e quando sono riemerso me lo sono trovato proprio sopra di me, istintivamente mi sono aggrappato a lui con una certa violenza, forse gli ho bloccato anche le braccia, ha capito che potevo trascinarmelo di sotto e si è divincolato per liberarsi.
Intanto quello sulla barca, agitato e preoccupato, guardava verso di me e automaticamente remava d’istinto in senso inverso, allontanandosi invece di avvicinarsi.
Visto che stavo risprofondando, ho ripetuto tutto il ragionamento e le azioni di prima: grosso respiro, mettermi nella posizione del morto. Ritornando a galla, mi sono trovato di nuovo il marinaio accanto, che però stavolta mi si è avvicinato prudentemente e, sostenendomi con una mano sotto il petto, con l’altro braccio nuotava e mi ha aiutato a raggiungere il moscone, intanto quello sul moscone, che era don Guglielmo, si era un po’ raccapezzato e si era avvicinato, tremando come una foglia più di me.
Mentre avveniva tutto questo, mia madre, a Roma, stava riposando su un divano, erano le 15,30 circa, ha dato un grido: <C’è un figlio in pericolo! C’è un figlio in pericolo! >, aveva percepito che si trattava di un figlio anche se non sapeva chi fosse. Silvana, l’altra sorella, dovette telefonare e scrivere a tutti quanti per rassicurarla e io dovetti constatare che il fatto era avvenuto nel preciso momento del mio incidente.

Domenica Luise

 

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Vergine della croce – 27 maggio

 

Vergine, da sempre tu sapevi
che quel Figlio divino sarebbe diventato
il verme della terra profetizzato da Isaia.

<E a te una spada trapasserà l’anima>,
aveva detto il vecchio Simeone
la mattina della circoncisione.

Vergine, i chiodi penetrati
nelle carni del tuo Figlio crocifisso
ti hanno contemporaneamente forato il cuore.

E quando hai visto,
patito,
amato
lo squarcio del colpo di lancia,
un fiume bruciante di dolore e d’amore
ti ha attraversata da parte a parte. Nessuno
potrà mai soffrire come te
perché nessuno potrà amare come te: in un modo intatto.

Facci partecipare della tua spada rovente.

Ma tutto in te è elevato in pura gioia,
anche lo strazio della croce,
quando il sangue del Figlio ti assorbì
in olocausto totale e perenne. E fu
subito resurrezione
nella vita di fuoco dello Spirito.

 Con te
vogliamo risorgere, o Maria!

Ma prima ti chiediamo
di farci compartecipi dei tuoi dolori
di corredentrice.

Il carisma dell’amicizia

 Io credo che la parola più frequente che la vergine diceva a suo Figlio ai piedi della croce fosse “coraggio”.
<Coraggio, Figlio. Ancora un poco, Figlio. Coraggio!>.
Anch’io ho un figlio, pur essendo consacrata e vergine, e questo figlio è il mio direttore spirituale. I divi del cinema hanno le loro affettuose amicizie non bene identificate, don G. ed io abbiamo il carisma dell’amicizia vissuta in Dio Trinità.
Naturalmente lui non è l’unico figlio che ho perché, con la consacrazione, tutta l’umanità viene accolta nella mia anima, quindi amata alla maniera di Dio, con profonde viscere materne, tuttavia è il mio figlio prediletto, un po’ come Giovanni per Gesù.
Egli è per me anche padre perché continuamente si fa segno dell’amore di accoglienza, di protezione e di conforto del Padre per me e, nello stesso tempo, camminiamo insieme come fratello e sorella nel sangue di Gesù.
Lo vedo spesso nel Getsemani e agonizzare sotto la croce e, come Maria davanti al suo Gesù, agonizzo con lui e gli dico: <Coraggio>.
Quel giorno stava male con i suoi soliti guai. Se ne trascina dietro parecchi, ma egli non vuole sentirne parlare. Va spesso girando per compiere un certo ministero affidatogli, è un salesiano e tutti sappiamo come lavorino i salesiani alla caccia  delle anime da salvare. Insomma mi sembra un po’ il buon pastore che ha cura delle sue pecorelle.
Nel pomeriggio doveva partire, aveva un convegno a Roma. L’ho visto giù ed ho sentito il suo stato d’animo senza bisogno di parole, ho cercato di distrarlo chiedendogli un libro per dissipare la tensione, ma non ha attaccato: non è facile prenderla allegramente quando il corpo si accascia e un uomo non trova le risorse per reagire. Mi ha fatta entrare nel suo studio, poi all’improvviso si è girato verso di me, quasi con un gemito: <Pregalo, il Signore,, che ti dia il carisma delle guarigioni, anche a distanza, fai qualcosa…>. Non l’ho mai amato tanto e non gli sono mai stata tanto mamma come in quell’attimo in cui l’ho visto così, caduto davvero sotto la croce.
Il pomeriggio è stato difficilissimo lasciarlo andare sorridendogli, dopo che aveva salutato i confratelli, ma lui non sapeva che io l’avessi sentito, con queste parole: <Allora, vado, se non torno ci troviamo lassù>, dette con semplicità e senza esibizionismi perché erano terribilmente vere. L’ho accompagnato alla macchina e non so che cosa gli ho detto. Avrebbe dovuto guidare da solo  per un bel po’ in quelle condizioni. Certo avrò scherzato come sempre nel salutarlo e dopo che è partito non sono stata libera fino a sera, quando invece di coricarmi mi sono infilata in cappella e lì ho pianto e pregato per lui, io che non piango mai.
Non credo che sia facile incontrare qualcuno “per caso” a Roma, comunque a me un paio di giorni dopo è capitato. Allora don G. mi ha detto: <Si può sapere che mi hai combinato? Ti ricordi cosa ti dicevo partendo? “Ma come potrò affrontare questo convegno sentendomi così, Cosa dirò alla gente?>”. E invece la mattina mi sono svegliato sano, fresco, in forma…ed ho pensato che tu pregavi per me. Ho avuto tutta una giornata di benessere>.
Signore, come ringraziarti? Sono una donna e non posso avere il sacerdozio ministeriale, ma don G. è il me stesso sacerdotale.

(Testimonianza anonima)

 

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Vergine, Madre di amore – 26 maggio

Noi balbettiamo
una gioia insopportabile, o madre,
nell’accostarci a te: nido d’amore.

Amalo! Amalo il tuo Dio. Amalo
il nostro Dio, ti diamo il nostro amore
perché tu glielo possa presentare
fondendolo col tuo amore. Amalo, Maria,
chiamalo, il tuo Dio, vagheggialo, sorridigli,
porta in cielo le nostre parole, i nostri sorrisi,
trasforma i nostri dolori in gioia per Lui,
che abbia, nella sua luce, anche la nostra adorazione
bruciante in pura lode.

Mentre tu lo ami
armonizzi col Padre che ama,
e sei contemporaneamente amata
dal Padre insieme al Figlio,
e il Padre ti bacia
come Dio solo sa e può,
e ad ogni bacio,
attraverso gli ardori dello Spirito,
Dio Padre apre in te le piaghe del Figlio,
divenute pura delizia,
e mentre tu lo chiami ti risponde  e ti dice:
< Cristo, Figlio mio! >.

Vergine, tu continui ad essere mamma di Gesù,
che continua a rimanere dentro di te,
ad assorbirti come il pezzetto di ostia
nel sangue dell’altare e ad essere assorbito
come il sangue dell’altare nel pezzetto di ostia
quando i calici si elevano.

Maria, adesso che ti abbiamo dato il nostro amore,
anche noi riceviamo il bacio del Padre,
che ci chiama < Cristo, Figlio mio >,
e continua a stampare nelle nostre anime,
non immacolate,
il volto di Gesù
attraverso la carta copiativa dello Spirito:
il Dio oscuro!

Profeti d’amore

Tutti noi battezzati siamo carismatici, dobbiamo solo ricambiare il bacio continuo di Dio sulla nostra anima schiudendoci in un bacio di risposta. Col battesimo, se lo vogliamo, siamo tutti profeti e Cristo si serve delle nostre bocche per parlare a noi stessi e ugualmente a tutti i fratelli.
Il dono più bello è la profezia d’amore. Ieri Anna e io abbiamo detto il rosario doloroso, alla fine mi ha riferito cosa Gesù le aveva suggerito: “Le spine ora non sono più spine, ma frecce d’amore, che dal Creatore passano alla creatura e viceversa e vengono lanciate sui cuori più duri. La croce è l’unico sigillo d’amore”. A questo punto le ho detto che, mentre pregavamo, io pensavo a raggi di luce che, dalle sue piaghe, si diffondevano sugli uomini, ed era una luce che non perdeva niente della sua intensità emanando dal crocifisso, ma così com’era raggiungeva tutte le distanze e toccava tutti i cuori appena l’accettavano.
Irene è una professoressa e mi ha raccontato che c’era styato un matrimonio e lei, in chiesa, si vagheggiava il suo Dio: <Com’è bello, o Signore, vederti coperto di fiori…> e Gesù, nel pensiero della sua creatura, ha subito risposto: <Ma i fiori più belli sono le anime vostre>.
Anche Mimma è una professoressa, è consacrata a Dio e sta vivendo la sua verginità come un crescendo di gioia. L’altra mattina si è sentita dire: <L’anima tua è una festa d’amore dove Dio danza liberamente e i fratelli siedono a mensa banchettando con letizia>.
Mimma ha fatto il liceo classico e conosce bene la mitologia greco latina, non la teologia, però Gesù le ha spiegato queste cose: <È il Padre che ti comunica la sua immacolatezza verginale ed è il Figlio che ti comunica la sua immolazione totalmente abbandonata alla volontà del Padre  ed è il Padre che offre al Figlio il tuo voto di vittima. È lo Spirito Santo  che ti comunica l’ebbrezza d’amore per Dio e i fratelli amati in Dio e sono il Padre e il Figlio, insieme, a offrire allo Spirito di fuoco il tuo voto d’amore, che scaturisce dall’amore tra il Padre e il Figlio. Non sei tanto tu a offrirti a Noi, quanto Noi ad amarci attraverso te, perché hai voluto essere un dono di immolazione inebriata>.
Qualche sera fa io, Mimma (un’altra Mimma, anziana, terza elementare, gravemente malata, ma sempre sorridente) e Filomena abbiamo pregato insieme, il Vangelo ci ha regalato, per ben tre volte (l’abbiamo aperto, a caso, un paio di volte per una) la moltiplicazione dei pani e abbiamo capito che Gesù ci chiedeva l’olocausto della nostra vita per la salvezza delle anime, affinché anche noi, con tutte le nostre miserie, fossimo spezzate come lui sui fratelli. Abbiamo risposto, anzi ripetuto il nostro sì. L’indomani mattina eravamo tutte e tre a messa insieme, cosa che non capita spesso per i nostri diversi impegni, e ci stava venendo il collasso al vangelo: la moltiplicazione dei pani! A questo debbo aggiungere che abbiamo ricevuto la Comunione con un piccolo frammento di ostia per una, c’erano pure le ostie normali, ma don Salvatore si è messo proprio a scegliere i frammenti pescando nel calice, e Gesù ha sussurrato al mio cuore: <Fatevi fare a pezzettini per i fratelli come me nell’Eucaristia>, per tutta la settimana, ogni mattina, quando mi è stato possibile andare a quella messa, non ho mai avuto un’ostia intera.
L’altro ieri ero in chiesa e, nella liturgia della messa, si parlava di Cristo profeta, sacerdote e re, è entrato un mendicante malridotto e si è inginocchiato molto a stento, Gesù mi ha fatto capire: <Quel mendicante è profeta perché parola vivente del Padre, sacerdote perché manifestazione vivente del Figlio crocifisso e re perché figlio di Dio>.

Domenica Luise

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Vergine, sete di Dio – 25 maggio

 

Vergine, tu sei sete di Dio.

 La tua sete
attira l’acqua viva del Padre,
che ti rende immacolata,
il sangue vivo del Figlio,
che ti rende sacrificio a Dio gradito,
il fuoco vivo dello Spirito,
che ti inebria nella gioia del risorto
rendendoti risorta.

Maria, beata te per il dolore,
beata per l’amore,
beata perché hai pianto e sofferto
e subito ingiustizia,
beata per ogni rifiuto,
per la solitudine e l’incomprensione,
beata te, o Maria, vagheggiata da Dio.

Beata per la tua vita
e ancora più beata per la tua morte d’amore,
quando il ghiaccio pacifico della tua verginità
si è disciolto in sacrificio totale
nel fuoco dello Spirito
e tutto è diventato vampata di cielo.

Donala anche a noi
quella tua sete di Dio,
a noi inariditi nel deserto;
e fai che attiri su di noi
l’acqua del Padre, il sangue del tuo Figlio
e il fuoco dello Spirito.

I fioretti di Filomena

<Mi stanno bene questi orecchini?>.
Certo che orecchini così piccoli su un donnone come Filomena sono semplicemente buffi. La conforto dicendole che le ravvivano il viso, il che poi è anche vero.
Filomena ha 67 anni, la quinta elementare e un cuore di grande bambina, dice sempre: <Oh, dolce Gesù> con un piccolo gemito d’amore alla fine, lo dice quando entra in chiesa, quando suo marito ha i nervi perché gli sale la pressione, quando dobbiamo andare giù in paese per la messa e si ferma una macchina per darci il passaggio e lo dice anche quando nessuno si ferma e la strada è lo stesso lunga.
Filomena è rimasta la fanciullina dell’infanzia, o forse ci è tornata dopo la croce e la gioia dei risorti. L’altro pomeriggio mi ha parlato di qualcosa che aveva scritto sulla Madonna, e me l’ha letto pure, lasciandomi sbalordita: “Il creato fu creato da Dio e, prima che si formasse tu, o Maria, eri nella mente di Dio. Perno fermo del firmamento, sostegno, candore, splendore di tutti i tuoi figli, resti per sempre la stella splendente, brilli di luce divina insieme al tuo Figlio. Sostieni il creato schiacciando col piede il serpente, ci doni la gioia di invocarti quale madre potente, rifugio e speranza di tutta la gente. O Maria, il tuo soave profumo riempie il creato, (tu sei) capolavoro di Dio, grandezza del mondo.
E mi ha pure raccontato dei fatti che le sono successi da piccola, badava a ripetermi: <È tutto vero, verissimo!>, la conosco e le potevo dire: <Ti credo!>.
<Eravamo tutti a tavola di domenica, coi genitori e le sorelle, alla fine del pranzo io non stavo seduta composta, potevo avere undici, dodici anni, non lo so, ero piccola. Mia mamma mi sgridò dicendo: <Stai composta perché ancora c’è l’angelo sulla tavola, dato che non abbiamo tolto il pane>, io rispondo e dico: <Sì, mò giusto a me guarda l’angelo>, dopo un po’ mi sono alzata e mi sono diretta verso il lavandino per bere un bicchiere d’acqua, proprio all’inizio della cucina ho sentito sulla mia testa un piede che si è appoggiato fortemente, ho notato che era quanto il piede mio di allora, così fortemente che non mi ha fatto girare la testa da nessuna parte. Ho avuto paura e ho gridato perché volevo scappare e non mi potevo muovere, sono rimasta lì, pietrificata. I miei si sono tutti alzati e sono venuti vicino a me: <Che cosa ti è successo, che cos’hai?>, ed io ho detto: <Sulla mia testa c’è uno con un piede che non mi fa muovere>, mia mamma subito: <Questo è l’angelo, vedi?>, finito di dire queste parole mi sono liberata.
Un’altra volta era la vigilia di Natale e si diceva il rosario a Gesù Bambino, una notte fredda, c’era stata la neve. Eravamo tutti piccoli, io ero la più grande, potevo avere dodici, tredici anni, forse nemmeno ce l’avevo. Eravamo tutti riuniti attorno al braciere. A mio padre avevano regalato un caprettino vivo e l’avevamo messo sotto la cucina, dove c’eraa un’incavatura sulla paglia, e dormiva. Arrivati al momento delle litanie, mia mamma ci disse: <Inginocchiamoci>, ma noi abbiamo risposto: <Fa freddo, rispondiamo seduti>. All’invocazione “Santa Maria” sentimmo a un tratto gridare forte il capretto, che si precipitò verso di noi e piegò le due zampe davanti e rimase inginocchiato vicino al braciere. Piombammo tutti contemporaneamente in ginocchio e da allora io le litanie non le dico mai seduta, ma in piedi o in ginocchio.
A proposito di litanie, quando ancora non avevano levato il latino, una volta ho sognato che io ero presente e una voce sola di donna diceva le litanie in italiano e rispondevano da tutto il cielo, dal profondo della terra e dal mare tutti insieme: <Prega per noi>, io rispondevo pure. Un’altra notte è stato bellissimo, ho sognato un’immensità, come un prato con erbetta verde piccolina qua e là nel terreno, ancora più in fondo veniva verso di me una marea, ma grandissima, di acqua limpida, bassa bassa, che copriva l’erbetta sola, e quell’erba non si bagnava, e nemmeno la terra, quell’acqua non si mescolava con nessuna cosa, era solo lei che veniva avanti, era acqua limpida, come se ci fosse miele dentro, non come questa nostra dei bicchieri, come se palpitasse, come una cosa viva. Tutta in una volta fui innalzata e cantavo, ero sospesa, ma non capivo né dove andavo né cosa dicessi. Ero assetata di quell’acqua e dicevo: <Che bello, che delizia, dolce Gesù, che acqua viva che c’è…> e ho capito che era una cosa celeste>.

Domenica Luise

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Vergine delicata – 24 maggio

 

La delicatezza di Maria! Nel vangelo
pare sepolta nel silenzio,
quasi la sua presenza
sia inodore, incolore, insapore
come l’acqua,
che non ci sia nemmeno,
ma come l’acqua è indispensabile alla vita fisica,
così Maria è indispensabile
alla vita del Cristo e delle anime.

 Chi è umile dice: <Sì>, chi non è umile
dice: <Ma io …>.

La Vergine
è l’umilissima acqua di Dio
che disseta e difende.

La levità di Maria, che deriva
dalla sua umiltà,
le ha permesso di ricevere in pienezza
il verbo di Dio
fino a farlo diventare carne della sua carne,
parola della sua parola,
cuore del suo cuore: i palpiti di Maria
sono palpiti di Dio in lei.

Chi vede Maria
vede una trasparenza di Gesù e di Dio Trinità,
vergine, acqua di Dio,
immacolatezza di Dio in terra,
umiltà di Dio,
insegnaci a dissetare ogni fratello che incontriamo
dandogli il Gesù che possediamo,
delicatamente, con umiltà paziente.

 

Come sono soavi, per Dio, i cuori degli uomini

La gente va all’inferno perché non chiede mai perdono (Gianni, 8 anni).
Sposare Gesù significa staccarlo dalla croce e abbracciarlo: (Gianni, 8 anni).
Gesù, ti ringrazio perché hai fatto guarire la mia mammina e l’hai fatta uscire dall’ospedale, ti prego di fare guarire la mia sorellina, non la fare soffrire, o Gesù. Al posto della mia sorellina fai soffrire me. (Lellé, 7 anni. Un paio di giorni dopo questa preghiera, è a letto con l’otite, febbre altissima e dolori che la fanno piangere e gridare).
Io, quando sento bestemmiare, dico: Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno.
Gesù, quando entri nel mio cuore, in esso c’è tanta gioia, tanto amore che ti aspetta. Io mi affido a te per sempre, voglio che tu mi guardi e che ricevi il mio amore. Il mio amore è come delle pesche che le compro e le regalo, perché il mio amore lo prendo e te lo do e la mia anima l’affido a te per l’eternità. (Lellé, dopo la Comunione).
Signore, tu sei la vena centrale del nostro cuore e noi siamo le vene piccole piccole, che si riempiono del tuo sangue. (Mimma, 57 anni).
La mia è una vita torturata dall’amore di Cristo. (Domenica, 36 anni).
Tu sei il re della nostra miseria, o Signore. Tu sei il re crocifisso. Bevi, Signore, alla mia vita e io bevo alla tua vita. Dacci il mal d’amore, rendici inguaribili. Maria, vieni ad imporre le tue mani sul nostro capo, sul nostro cuore, dove c’è il mio no poni il tuo sì, o Maria, ecco, Signore, ti offriamo il sì di Maria. Signore, contagiaci tutti con questa malattia. (Rosanna, durante una preghiera spontanea nei gruppi di rinnovamento).
L’unione con Dio salva le anime. (Domenica, 36 anni).
Nel tuo cuore squarciato c’è tutta la tenebra della passione e tutta la luce della glorificazione. (Domenica).
Le tue stimmate non mi fanno male, le ferite dei fratelli, quelle sì, mi fanno soffrire, sono terribili, ma tu hai accettato le ferite degli uomini e come te le accetto anch’io, perché se voglio essere piagata da te devo prendere e offrirti le piaghe che mi fanno i fratelli. (Suor D., 41 anni).
Chi non esce dal cenacolo per predicare a tutte le genti non corre rischi, ma l’amore è rischioso. (Domenica).
Più di tutto la croce è gioia, più di tutto la croce è ebbrezza, è una tale gioia e una tale ebbrezza, la gioia del Padre e l’ebbrezza dello Spirito, che il dolore del Figlio ne rimane sommerso come una piccola goccia in confronto a un grande fiume. (Domenica).
Assetami, dissetami e tornami ad assetare. (Anna, 40 anni).
Ognuno di noi, guardando Cristo pendente dalla croce, deve dire: mi fido completamente di te. (Don Alessandro).
Cristo ha fatto il suo più grande miracolo tenendo crocifissa la sua potenza. Egli è il vittorioso non con la potenza e la forza, ma con la debolezza e l’amore. (Don Alessandro).
Sacro cuore di Gesù, fai che io parli con la tua bocca, cammini coi tuoi piedi, lavori con le tue mani, pensi con la tua intelligenza, oda con le tue orecchie, ma in modo particolare ami con il tuo cuore e fai che tutte le persone che si avvicinano a me possano trovare dentro me la pace che tu sai dare alle anime. (Quintina).
L’Eucaristia ci trasforma progressivamente in esseri capaci di vedere Dio faccia a faccia, come egli è (don Giuseppe).
Noi siamo i chicchi del rosario che Cristo incatena. (Franca).

Domenica Luise

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Vergine, regina del magnificat – 23 maggio

Per avere l’amore degli uomini
Cristo ha reso altare il suo Corpo, il suo Sangue
e lui stesso ha celebrato l’Eucaristia
sul Golgota: altare, vittima e sacerdote,
via, verità e vita.

Vergine,
tu sei stata via per raggiungere il Padre
attraverso la vita donata dal Figlio
e trapassata dal fuoco dello Spirito,
che ha preso possesso di te
e ti ha fatta diventare
verità con Gesù verità,
sicché la tua parola
è stata parola di Gesù,
il tuo sacrificio il sacrificio di Gesù,
la strada che hai percorso, trascinando la croce,
perché la croce si trascina,
era la sua stessa strada.

Dio ti ha innalzata
in supremi spasimi d’amore
fra cielo e terra: altare, vittima e sacerdote, o Maria,
insieme a Gesù;
altare, cioè via per le anime,
vittima, cioè vita offerta per le anime,
sacerdote, cioè dispensatrice di Cristo ai fratelli
attraverso le parole di verità
che il Padre mette sulla tua bocca.

Maria,
tu sei l’unta di Dio: unta col suo sangue,
con la sua vita divina in te. Unta per i fratelli,
Maria: sei misericordia dell’amore di Dio all’umanità.

Vergine, rendi anche noi
via verso Gesù,
verità di Gesù,
vita con Gesù.

 

Le cinque dita di una mano

Don Giuseppe, durante una confessione fatta a un convegno passeggiando in un viale di querce, mi ha contato tutte le tentazioni raggruppandole sulle dita di una mano: primo dito, il pollice, le tentazioni di sesso, nelle quali si fermano i più affondandoci come nella melma. Dito indice, tentazioni contro la fede: questo Dio in cui ti sforzi di credere non c’è per niente, guarda quante religioni esistono, perché quella tua dovrebbe essere l’unica giusta? Terzo dito, il medio, tentazioni contro la speranza: guarda quanto sei miserabile e sporco, come potrebbe Dio chinarsi fino a te, non hai mai fatto niente di buono e e non sarai capace di farne, sei dannato, è inutile qualunque preghiera, sei perduto. Dito anulare, tentazioni contro la carità: non vedi che tu il Signore non lo ami per niente? Non senti niente e non sai volere bene agli altri egli ti comanda, sei carico di egoismo, come puoi andare a farti la Comunione, almeno non compiere quest’altro sacrilegio, rinunciaci, tanto è inutile, mangia, bevi e divertiti, goditi questi pochi anni che devi vivere. L’ultimo dito, il mignolo, è quello delle tentazioni di vanagloria: hai visto che tutti ti applaudono, ti cercano, ti ammirano, sei una persona riuscita, prediletta in modo speciale da Dio, ormai sei più che a posto, hai fatto anche troppo per lui.
Guardavo la mano di don Giuseppe come ipnotizzata:
<E dopo avere superato le tentazioni di vanagloria?> ho chiesto, <Dopo stai più di là che di qua> ha risposto lui.
Certo è che il demonio c’è e lavora le anime una per una toccandole nei punti più deboli: nei conventi, nelle famiglie, nell’azione cattolica, nei gruppi di rinnovamento carismatico, nelle comunità di preghiera di qualunque tipo fa un doppio servizio oltre che individuale anche collettivo , tentando di seminare fratture, incomprensioni, diffidenze non solo dall’esterno contro il gruppo, ma anche all’interno stesso. Questo gli piace moltissimo e l’unica possibilità di uscirne senza perderci le penne e anche le ossa  è di raggiungere una certa incrollabilità, di non dire né pensare mai male di niente e di nessuno di ricomporre il più possibile le fratture, piano piano si giungerà a un’abitudine di bontà reciproca e la sopportazione diventerà amore sereno e gioioso. Dobbiamo essere più furbi del demonio e ricordare che ovunque c’è turbamento c’è lui. Evitare il pettegolezzo deve essere una regola di gruppo, evitare i pensieri tristi, le depressioni, gli scoraggiamenti e le vanaglorie una regola personale.
Noi del gruppo di rinnovamento ci stiamo succhiando le derisioni della gente, che favoleggia storie assurde, per esempio che facciamo le sedute spiritiche e l’estasi pubblica. Mi sono messa a ridere per l’idea delle sedute spiritiche, in quanto all’estasi, ho detto, magari il Signore ce la desse, ma non in pubblico. Non è facile portare avanti il nostro discorso, che viene contestato implicitamente o esplicitamente: insistiamo sulla necessità della preghiera e veniamo giudicati disimpegnati dalla vita, questo non è giusto e non è vero perché ognuno di noi si alza la mattina e si mette al lavoro, inizia il suo servizio agli altri, si dona e contemporaneamente, poiché abbiamo fatto di Cristo la nostra vita, è lui che serve e si dona attraverso di noi. Qualcuno dice che siamo superbi perché manifestiamo i nostri sentimenti religiosi, qualcun altro dice che, poveretti, siamo cretini, talvolta siamo anche sospettati di avere il demonio in corpo e così siamo completamente in regola perché anche di Gesù si disse che scacciava i demoni in nome di Belzebù. Naturalmente noi, quando obbediamo al sacerdote che ci guida, e quindi al vescovo, siamo a postissimo, la responsabilità non è più del gregge, ma del pastore. Bisogna pregare molto per i pastori e amarli molto, anche e soprattutto quando la loro volontà ci sembra assurda e non coincide con la nostra. Il demonio stuzzica  talmente la gente che prega insieme perché c’è Gesù vivo: <Dove due o tre sono riuniti nel mio nome , io sono in mezzo a loro>, e più c’è Gesù, più il demonio tira calci, è come una belva che viene disturbata, se non ci dà fastidio vuol dire che siamo suoi complici. Del demonio, comunque, non dobbiamo avere alcuna paura perché Gesù, appena lo chiamiamo, ci libera subito da lui.

Domenica Luise

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