Vergine del coraggio – 22 maggio

 Vergine, sul Golgota sei colei che non ha paura
perché troppo ama. Tu, l’umilissima,
la grande silenziosa,
una qualunque tra la folla
che ascoltava il tuo Gesù
parlare delle cose del Padre,
adesso tu ci sei.

 E sei crocifissa col crocifisso,
sei sacerdote e vittima,
una sola ostia che si innalza con lui.

 Quella carne a brandelli è la tua carne,
quelle mani e quei piedi crocifissi tu glieli hai dati,
è tuo quel sangue che scorre dalla croce
e quel volto divino tumefatto.

 Stai partorendo adesso il tuo Gesù
in salvezza per l’umanità,
mai come ora sei la tutta mamma
perché la tutta in sacrificio,
corredentrice non insanguinata
nel martirio esterno,
ma colpita di spada segreta.

Dacci il tuo coraggio nel dire di sì a Dio
per sradicarci dal regno della morte
e passare con Cristo
a quello della vita.

Le piaghe dell’amato

 Questa è una testimonianza delicatissima, che non può essere firmata nemmeno con il nome, sono autorizzata solo a dire che si tratta di una signorina di circa quarant’anni.
<Il giorno prima avevo compiuto vent’anni e quella mattina mi sono svegliata con la preoccupazione degli esami da dare all’università e una stanchezza immensa. Avevamo un gattino, ricordo, che saltò sul mio letto e io lo spinsi verso i piedi perché non volevo che mi si accostasse, eventualmente, al viso. Allora abitavamo in una casa molto piccola e dormivo nella stessa stanza con papà, mamma e mia sorella: una bella sofferenza anche questa e mancanza di libertà. Sentii che papà era sveglio e gli chiesi che ore fossero, erano le cinque e mezzo. Subito dopo sentii che dovevo fare il vuoto dentro di me per sentire Dio e incominciai a provare per lui, l’altissimo, un grande spasimo d’amore più violento delle altre volte. Credetti di morire e allora cercai di pensare un atto di dolore, ma non ci riuscii perché la mia mente era bloccata, anzi sentii che quest’atto di dolore era inutile. Allora non sapevo niente né di estasi né di profezia: niente. Sapevo solo che spesso, quando pregavo, sentivo Gesù come una piaga dolcissima e dolente nell’anima, nel cuore, e una sera avevo pensato: “Queste sono le fiamme in cui si trovano quelli che mi amano”.
Ebbi paura. Era come se il soffitto mi risucchiasse. Pensai che dovevo fare un sorriso al mio Dio che veniva, ma credo piuttosto di avergli fatto una smorfia perché non potevo muovermi se non con grande fatica, mi spaventai ancora di più quando mi resi conto che non ero in grado di aprire gli occhi. Trascinai un braccio e sollevai una palpebra: l’occhio si richiuse subito da sè. Ricordo che feci anche, con sforzo immane, un segno di croce, ci riuscii, ma ero come di piombo, pesantissima. A questo punto precipitai e non sono mai stata capace di ricordare cos’è avvenuto al centro di tutto l’episodio, solo una cosa so: avevo l’impressione nettissima di essere viva, ma non come lo sono adesso, e di fluttuare per aria accanto a una finestra che c’era ai piedi del letto. Nel rinvenire ho sentito, profondissimamente, la presenza di Dio, non ho visto né toccato niente, ma era l’assoluta certezza di Dio, che mi diceva: <Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò>, però non ho avuto il coraggio di chiedergli ciò che desideravo: di soffrire le piaghe del crocifisso.
Contemporaneamente ho sentito che, dopo quanto era avvenuto, mi sarebbe stato impossibile amare e sposare un uomo di questa terra.
Allora avevo fatto un pensierino su un ragazzo che mi piaceva…non conclusi niente, ci furono altri, dopo, che mi piacquero e a cui, magari, piacqui anch’io, uno ce ne fu, in particolare, che mi ha fatta tremare a lungo, ma io tremavo e dicevo di no. Era più forte di me.
Quell’estasi, allora, durò un’ora, lo so perché quando finì, prima di girarmi comodamente su un fianco e di rimettermi a dormire, chiesi di nuovo l’orario a papà. Un’altra mattina avvenne di nuovo. Ricordo che la radio era accesa ed io mi dovetti fare violenza per superare il sentimento di rabbia provato verso papà, che la teneva tanto alta. All’improvviso ebbi l’impressione di cadere dal letto, cercai di afferrarmi a qualche parte, ma senza riuscirci, mi accorsi che questa caduta era lunga, dolcissima, e mi abbandonai. Di tutto ciò che è successo ricordo, nettamente, le mie parole all’amato: <Signore, ti faccio voto di verginità>. Lo dissi al sacerdote che allora mi guidava, mi rispose che il mio voto non era valido perché fatto in stato di incoscienza, allora ho vissuto, mi stavo per innamorare, ma ho detto no e dopo sei anni avevo il permesso, il giorno di Pasqua, di consacrarmi per sempre, ma io avevo fretta d’amore e nella notte del sabato santo, alla veglia, durante la messa ho concluso tutto. Era mezzanotte e venti.
Quest’anno ho compiuto dieci anni di consacrazione. Lo sposo d’amore ha voluto festeggiare a modo suo: la notte del sabato santo, all’ora esatta, mi sono svegliata immersa in profumi soavissimi e violenti di fiori, che sono durati fino al mattino>.

Domenica Luise

Annunci
Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine, maestra d’amore – 21 maggio

Il tuo amore, o vergine, è totalmente libero
da rimorsi e da rimpianti di passato
come da preoccupazioni di futuro.Il tuo amore
è la gioia presente nell’annunciazione e nel natale,
lo strazio presente nella croce,
l’esultanza presente nella resurrezione
perché Dio è il sempre e vive nel presente.

Oggi, ora è il momento di amare,
non domani. Oggi, ora
la nostra anima vuole volare
in preghiera adorante, non domani.

 Oggi, ora è il momento di chiedere perdono,
di soffrire la croce, di risorgere,
di vincere con Gesù e con Maria: non  domani.

 Vorremmo, o Padre, sapere suonare la cetra
e l’arpa e ogni strumento, i nostri cuori
sono il tuo strumento, Tu li suoni per noi.
Tasti dello stesso pianoforte
accordato dallo Spirito Santo,
vasetti di profumo soave
spezzati ai piedi del crocifisso,
ci offriamo a Te attraverso Maria.

Fai che chiunque ci accosti
non si senta più solo né triste:
lasciati trovare per mezzo di noi.
Sveglia dentro la nostra miseria
una profonda sete di Eucaristia, croce e cielo,
rendici apostoli e annunziatori del tuo vangelo:
te lo chiediamo attraverso colei
alla quale mai hai potuto rifiutare nulla,
a lei sia sempre gloria e gioia
nei secoli dei secoli. Amen.

Eccomi, eccomi…

Si chiamava Cesira, aveva 28 anni, era bella e sognava la vita. Brillante com’era si trascinava dietro la festosa schiera delle sue ragazzine del catechismo, che le volevano un gran bene e la seguivano entusiaste. Ma la sua compagnia era cercata anche dal gruppo delle grandi perché la sua allegria composta, la sua maturità di giudizio, la pulizia dei suoi grandi occhi e del suo comportamento morale donavano serenità, ossigeno spirituale e costruivano utili rapporti. Papà e mamma, che avevano solo lei, ne erano orgogliosi. Erano gente povera e buona, vivevano con i piccoli guadagni di un negozietto di “cocci”, ma guardavano a Cesira e il loro cuore si gonfiava di santo orgoglio: <Noi siamo poveri, Cesira si è diplomata maestra, Cesira è una figlia che vale>. Era vero! E il parroco aveva notato che anche Gesù doveva avere messo gli occhi su questa creatura che veniva su proprio bene. I suoi appuntamenti d’amore nell’Eucaristia tra il Signore e lei andavano man mano crescendo di frequenza e di intensità. Ottimismo e buonumore irradiavano sempre più da lei. Poi un giorno mancò alla messa e poi un altro giorno e poi ancora. <Non sta bene la nostra figliola> disse preoccupato il papà al parroco, <e il medico vuole fare certi esami clinici>. E la risposta degli esami venne, fu consegnata ai genitori e la passarono a Cesira. La figliola lesse quei risultati e capì: era condannata, il suo cuore non avrebbe retto ancora per molto. Non disse nulla ai suoi e pregò il medico di non allarmarli. Seguì una settimana terribile! Tutti i suoi sogni erano spezzati. Angoscia, paura, ribellione, confidenza, disperazione, speranza! Poi mandò a chiamare il suo parroco: <La prego, mi ascolti. Ho i mesi, forse i giorni contati. In questi giorni ho agonizzato anch’io nel Getsemani, ma ho fatto la mia scelta finale: voglio andare incontro al Signore che viene e voglio andarci ben preparata, mi aiuti. Può portarmi la Comunione ogni giorno?> . E da quella mattina, per circa due mesi, ogni giorno si ripeteva quell’appuntamento stupendo di amore. Che Comunioni. Che adorazioni brucianti. Che invocazioni e che gemiti, che rinnovate, stupende offerte, <I miei genitori> disse una volta, <vogliono che io preghi per la mia guarigione, ma io ho ripetuto a Gesù che faccia di me quello che crede meglio: se vuole guarirmi, che lo faccia, se invece vuole portarmi con sè sono pronta>. Una notte svegliò la mamma, che dormiva, per assisterla, con lei, ripetendo: <Mamma, la Madonna è nella camera, mamma, la Madonna è nella camera!> mentre, sollevata sui cuscini, guardava estatica verso un angolo della stanza. Al mattino, poi, riferirà al sacerdote: <Questa notte ho goduto tanto. Sono scomparsi tutti i dolori ed ho goduto tanto. E poi la Madonna mi ha detto che verrà a prendermi il giorno della sua festa>. E intanto serena, pacificata, con il cuore e la mente ormai puntati in avanti, passava le giornate meditando, pregando, offrendo la sua vita per tante, nobilissime intenzioni che le sgorgavano dal cuore. Sorrideva a tutti. E giunse la notte del 2 febbraio, festa della Purificazione. Alle tre di notte la mamma si accorge che Cesira viene meno, sveglia il papà che accorre. Inutili tutti i tentativi di farla riprendere. Mentre il papà la sostiene sul letto tenendola per le spalle, Cesira si illumina di una luce misteriosa, fissa intensamente, col sorriso sulle labbra,  quel famoso angolo della stanza che già altra volta aveva attratto il suo sguardo, mormora due volte: <Eccomi, eccomi…> e poi si piega, morendo tra le braccia del padre.

 (Testimonianza di don Giuseppe, salesiano)

 Domenica Luise

 

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine dell’incarnazione – 20 maggio

 Vergine, un Arcangelo ti annunciò
che stavi per essere Madre di Dio
e tu dicesti di sì. Quante annunciazioni
anche per noi, o Maria!

Una parola letta in un libro,
una Comunione in cui Gesù
ci si è fatto tanto sentire,
un rosario pregato col cuore,
una mormorazione interrotta sul nascere,
una cortesia al fratello antipatico,
un perdono donato in totalità
chiedendo che il male fatto a noi
si trasformi in bene per chi ce l’ha recato,
sono tutte annunciazioni, in cui l’Arcangelo
ci dice: <Se tu vuoi,
Gesù nasce e cresce in te
perché hai trovato grazia presso Dio!>.

Maria, palma alta nutrita del sole di Dio,
miele dolcissimo, che scaturisci dalle piaghe del Crocifisso
mescolandoti e fondendoti al suo sangue,
Maria, ombra per riposare il tuo Dio
e i fratelli amati in Dio, Maria,
giardino recintato e delizioso, segreto,
deserto in fiore, Maria, corona di gigli
sulla fronte del Figlio, amore di Dio,
usignolo che canta la gioia, gorgheggio di Dio,
Maria, impastata con Dio,
tu in Dio, Dio in te, cielo di Dio in terra,
fuoco silenzioso, magma di Dio,
Maria, mamma!

Fai, o Vergine, che anche noi diciamo un sì cosciente,
totale, irreversibile,
come lo dicesti tu,
alle tante annunciazioni fatte a noi.

Agonia d’amore

Questa è la testimonianza di un sacerdote assetato di Dio: ogni anima ha il suo Getsemani e la sua agonia d’amore con cui risponde al sudore di sangue e alla croce di Gesù.
<Oggi mi sento come un soldato che ha gettato tutte le sue energie nei combattimenti del fronte affidatogli, e che mezzo stordito (…o tutto) ha bisogno di “rifarsi”, di “ricaricarsi” per ributtarsi nella mischia. Più che un ristoro fisico voglio un ristoro spirituale, e comprendo bene che mi basterebbe uno sguardo, un sorriso, una parola di Gesù! Sono certo che lui è amore, che mi ama anche se io non me ne accorgo e non ci penso, che non finisce mai di amarmi, lui. Sono d’accordo che solo lui è tutto per me, che solo lui mi può saziare…che mi ha scelto, prescelto tra mille, che vuole servirsi del mio cuore di carne per tornare a soffrire e ad amare…sono d’accordo che io debbo essere un segno trasparente di lui, che debbo dare Dio agli altri, che debbo rivelarlo agli altri, ma intanto ho la sensazione del vuoto, non sento niente, del “grigiore”. Ma come faccio a comunicare agli altri quello che, in quel momento, non sento? Come faccio a donare agli altri quello che neppure io possiedo?È pigrizia apostolica? È la notte dello spirito? È il disimpegno? E Gesù che fa? Non gliene importa niente? Non se ne accorge?
So bene che anche lui ha i suoi perché giustissimi e comprendo che debbo seguirlo anche nella sua passione terribile, ma necessaria. Ma perché anche a me non svela un pochino il suo volto? Debbo proprio continuare a sorridergli al buio, quando nessuno mi vede? Devo proprio continuare a dirgli che lo amo anche se non lo sento? Va bene, ma gli ricorderò che lui è il medico e io l’ammalato, che lui è la luce e io le tenebre, che lui è la sorgente e io la sete… e che quindi si decida a fare qualcosa.
…Io, poi, dovrei finirla di lamentarmi perché proprio io, in un certo momento della mia vita (lo ricordo!) gli dissi di togliere a me la gioia della fede, della speranza e della carità per darla a chi ne avesse più bisogno di me. Se è per questo che mi trovo ridotto così, c’è proprio da dire: ammappalo, come ti piglia in parola. Qui tra deficienze fisiche, psichiche e spirituali mi ha ridotto “un carciofo” come direbbero a Roma. Comunque mi fido di lui. Se è vero che Gesù, per ora, si limita a chiedermi la mia stanchezza, la mia ottusità, la mia rinuncia, la mia “cenere”, ma se in tutto questo egli continua a benedirmi, ad amarmi… allora non posso che lasciarlo fare e abbandonarmi totalmente, e continuo a dirgli di sì decisamente. Faccia di me quello che vuole.
Ogni giorno di più sono consapevole della mia miseria essenziale…Non valgo niente, non sono niente, non ho niente! Ma se è questa consapevole miseria che lo attrae, se è questo riconosciuto abisso della nostra impotenza che lo fa scendere, che venga a riempire questo vuoto che attende di essere ricolmato, illuminato, riscaldato, salvato!
Sono pronto a buttare tutto il mio sangue nel suo sangue per collaborare con lui alla salvezza di qualche anima. Il mio sì voglio che sia totale. Glielo dissi alla vigilia del mio sacerdozio e glielo ripeto oggi>.

(Testimonianza di don Giuseppe, salesiano)

 Domenica Luise

 

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine della misericordia – 19 maggio

Vergine, ciò che avviene nella tua anima
è prodigio della misericordia di Dio per te
e per gli uomini, tuoi fratelli. Tu sei
la vagheggiata dalla Trinità,
che gode tanto nel ricevere
il nettare profondo e dolcissimo
che nessuno ha mai sfiorato nel tuo segreto. Per te
il mondo ha ricevuto la misericordia di Dio
fatta carne,
ne fu coperto
come da un caldo manto protettivo
e ne ha pulsato
come un grande cuore reso vivo
dopo la lunga attesa.

Dopo di te, Dio ancora si incarna
nelle anime vergini e verginizzate,
quelle creature di sì totale,
di preghiera perenne,
di olocausto senza ritorno, inebriate dallo Spirito,
creature di fede nuda,
che è tutta fede,
di speranza nuda nel Cristo
risorgente dalla morte
e di carità nuda
verso Dio e i fratelli amati in Dio:
carità senza interesse,
in pura perdita di sé. Nessun’altra fede
nelle ricchezze, nei mezzi umani,
nelle raccomandazioni. Nessun’altra speranza
nella buona salute, nel buon matrimonio,
nessun altro amore egoistico per sé
né per le persone più care: Dio solo
e le anime amate in Dio, per Dio, con Dio.

Maria, vergine verginizzata, insegnaci
a vivere della vita di Dio e non della nostra.

I figli impossibili

Iole si è sposata a trent’anni compiuti: un matrimonio d’amore.
Volevano subito un bambino e quando mia sorella si accorse di essere incinta fu la piena felicità, ma verso i due mesi ci fu uno strano aborto.  <Un incidente>, disse il professore,
<lei, signora, non avrà problemi per la prossima gravidanza>.
Un guaio può capitare a tutti, ma quando mia sorella ebbe un altro aborto più o meno simile al primo, non si poteva proprio pensare a un secondo caso. Non si capiva bene che motivo ci fosse stato e stavolta Iole, che si tenne troppo a lungo il bambino morto sperando che potesse, in qualche modo sopravvivere, rischiò anche la setticemia, ad una ad una le unghie dei piedi divennero viola e caddero. Psicologicamente era distrutta.
Una sera Iole si trovava a casa di Pierina, che in pratica è la nostra terza sorella adottiva, era ora di cena, ma mia sorella piangeva guardando un poster che parlava dell’aborto, dove erano stampate fotografie di feti  nel ventre della mamma durante i vari mesi di gestazione e lei pensava che così erano i suoi figli e chissà quanto avevano sofferto. Si trovava momentaneamente sola nella stanza . Pierina l’aveva ancora chiamata per mangiare quando Iole ha sentito una vocetta, mi ha detto, come di bambina piccola che ha patito: <Mamma, ma adesso noi non soffriamo più>.
Una mattina  ero a casa di Iole, parlavamo, a un tratto l’ho guardata fissa  e dalla bocca, meccanicamente, mi è uscito detto: <Tu avrai un figlio>. <Lo dici da te o te l’ha ispirato il Signore ?> ha chiesto lei. <Non darmi retta> ho concluso.
Era difficile affrontare un’altra gravidanza, <Non me la sento> mi disse Iole, <non ne ho il coraggio>, ma poi dovette sentirsela per forza perché un terzo bambino si annunciò inaspettato.
Iole si mise a letto per ordine del medico, era estate, sudava, si sentiva continuamente male. Veniva quasi ogni mattina una donna, madre di famiglia, per i servizi, mi ricordo che una volta, mentre le rifaceva il letto, guardai mia sorella e pensai che sembrava tanto malata e tanto poco incinta. Era gialla in viso, dimagrita, con gli occhi enormi e ansiosi, vomitava e sputava sempre. Dopo qualche tempo il risultato dell’analisi di gravidanza ha dato negativo, significava che il bambino era morto come gli altri. Proprio il giorno prima Iole mi aveva dichiarato di avere chiesto al Signore: <Se muore anche questo, fallo risorgere>.
Mio cognato piangeva e diceva cose sconnesse abbracciato a sua moglie nel letto, compreso che aveva pensato di suicidarsi senza tornare a casa e lei aveva la forza di consolarlo.
Ho percepito dentro di me che dovevo “compromettermi davanti a lui“, in un momento in cui li ho sentiti piangere di meno sono entrata e ho detto:
<Giuseppe, chiediamo un miracolo al Signore>, e lui :
<Io Dio l’ho sempre rispettato, non l’ho mai maltrattato, ma oggi l’ho ripudiato>.
Io e mia sorella ci siamo messe a pregare chiedendo al Signore che facesse risorgere il bambino, il cognato si è addormentato di colpo. Era martedì e abbiamo detto il più doloroso dei nostri rosari dolorosi, appena ha aperto la farmacia sono andata a comprare un test di gravidanza, ricordo che mentre tornavo, in tutto quel caldo, col pacchetto in mano, ho detto a Gesù:  <Un errore è possibile, ma io lo crederò sempre un miracolo>.
Per avere il risultato, ai tempi, ci voleva un’ora, ma dopo soli quaranta minuti l’analisi era chiarissimamente positiva, la mattina seguente Giuseppe l’ha ripetuta in due laboratori diversi, risultato positivo, anche nello stesso posto dove il giorno precedente dava negativo. Prima di Natale è nato Giovanni, il più bel regalo che il cielo ci potesse fare, c’era placenta semiprevia, sofferenza fetale, acque verdi ed è stato necessario il cesareo a otto mesi, ma erano vivi e felici mamma e figlio ed io con loro.
Giovanni non è rimasto figlio unico. Passati circa tre anni, Iole era di nuovo incinta. Stavolta ogni settimana, il sabato, arrivava il referto dell’analisi, che era sempre uguale: il bambino non poteva vivere perché la placenta non ossigenava sufficientemente il feto.
Allora io insegnavo in un istituto professionale a poca distanza da casa, una quarantina di minuti di treno più un quarto d’ora di footing ad andare ed un altro quarto a tornare. Sabato era il mio giorno libero, che incominciava sotto tensione fin dal risveglio, quando il cognato partiva per prendere il risultato, continuava con la tensione a pranzo perché la situazione non dava speranza e si concludeva in un pomeriggio di fuoco e di preghiera.
Giovanni poteva avere tre anni e si era molto legato a me che, pur non avendo mai avuto la minima vocazione a fare la brava donna di casa, trottavo dall’alba a notte senza pietà. Il pomeriggio mi seguiva in camera, quando mi riposavo, non c’era verso che andasse via: <Io ti guardo dormire> affermava, una volta ho finto di addormentarmi e quando ho riaperto gli occhi Giovanni mi fissava serio serio.
Alla visita di controllo il professore, quello che già aveva fatto nascere Giovanni, disse a Iole:
<Signora, io non so com’è che, con queste analisi, il bambino cresce>.
A mia sorella venne in mente: “Mio figlio cresce di Spirito Santo“.
Pregavamo con tutte le forze e Iole confezionò il vestitino di battesimo per una femminuccia: come per il primogenito, entrambe “ percepivamo” il sesso.
Anche qui fu necessario il cesareo, alla vigilia uno dei medici disse a Iole: <Signora, non ci speri : non sappiamo COSA nasce>.
Nacque Mariachiara, perfetta e formato gigante.  Il professore testimoniò il caso di mia sorella ad un convegno internazionale di medicina, non so se fosse credente, ma era una persona magnifica e sicuramente ha raccontato le ragioni della vita.

(Testimonianza di Mimma e Iole, sorelle)

Domenica Luise

 

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine di fede, speranza e carità – 18 maggio

Vergine, da sempre il tuo amore
dà gioia a Dio ed è posseduto da Dio
in pienezza, ed è ricaduto
su ogni creatura: da sempre sei vergine,
vittima, anima amante. Quindi da sempre
sei totalmente mamma perché da sempre
il Padre ti ha vagheggiata nel suo pensiero.

Ognuno di noi, come te, o Maria,
è dall’eternità nel pensiero di Dio,
che è Amore. Veniamo dall’amore
per tornare all’amore,
dopo avere fertilizzato la terra
col nostro sangue mescolato al tuo
ed al sangue del Figlio
ed essere ricaduti,
insieme a voi,
in salvezza sulle anime.

Maria, tu sei contemplazione
della parola di Dio, il Verbo incarnato,
acqua di Dio, che diventa carne e sangue
del Dio uomo. Tu sei
la fede perfetta
e la fede è la vista dell’anima
che guarda l’immacolatezza di Dio,
l’accoglie, la fa sua, la dona ai fratelli. La speranza
è certezza di resurrezione
nel toccare, straziata, le piaghe
del tuo Figlio crocifisso
e nel sentirti trafitta dalla spada d’amore: Maria,
tu sei creatura di speranza perfetta. La carità
è l’inebriamento d’amore dell’anima
che brucia in pura adorazione
nel gaudio dello Spirito: fiamma che dà calore
e consumazione, e gioia, e sete di Dio
e dei fratelli amati in Dio: Maria,
tu sei creatura di perfetta carità.

Fai che anche noi giungiamo alla pienezza
di fede, speranza e carità
come frutti maturi,
per la gioia di Dio.

La signora dal soprabito azzurro

Siamo a Cosenza, a un convegno regionale dei gruppi di rinnovamento nello Spirito, e stiamo rientrando nella sala conferenze dove celebreremo la messa. Ho lasciato la mia sedia occupata dalla cartella che ci hanno distribuito e sulla quale ho scritto il mio nome e cognome: mi pareva che bastasse, ma la stanza, sia pure grande, è piena perché, come sempre, c’è stato una flusso superiore alle aspettative, molti sono in piedi lungo le pareti, ammassati.
È bellissima questa corsa alla preghiera. Più Dio si avvicina e più la sete di lui aumenta! Al mio posto è seduta una signora non più tanto giovane: piccola, bruna, appassita, elegantissima e molto profumata. La guardo non proprio storto, ma quasi: resta impassibile. Dico: <Dov’è la mia cartella?>, non risponde. Aggiungo: <Ah, è qui la mia cartella, chi ce l’ha messa?>, e la ripiglio da terra dove, evidentemente, lei l’ha appoggiata. Non fa una grinza. Santa pazienza. Mario, uno del mio gruppo, che prima era seduto accanto a me e ora, ovviamente, si trova accanto a lei, mi fa spazio, mettiamo le sedie vicine e sto in bilico, un po’ di qua e un po’ di là, piuttosto scomoda. La signora di cui sopra ha un soprabito azzurro da cui viene fuori il collettino di una camicetta di seta e l’aria più innocente di questo mondo. Mi trovo pressata fra Mario e lei. Mi sporgo subito a chiacchierare con una mia amica a cui voglio un bene enorme, seduta davanti a me, e ci scambiamo qualche “sguardo carismatico”, come diciamo noi. Sono occhiate che vogliono dire:: <Quanto sono felice. Quanto amo Gesù, quanto mi ama Gesù, ti vedo in Gesù, sai, ti voglio bene, ricevo il tuo amore in Gesù, quant’è bello, siamo una sola fiamma, la tua anima e la mia anima si fondono per amare insieme ogni fratello del mondo>. Chiacchiero con Franca, in verità chiacchierano tutti, la signora che mi ha pigliato il posto mi redarguisce non proprio garbatamente. Sto zitta subito, oggi sono piuttosto angelica, deve essere la superdose di preghiera e l’effetto dello Spirito Santo. Non contenta lei si gira e, poiché alcuni giovani stanno chiacchierando dietro di noi nel chiasso generale, rimprovera anche questi, stavolta è dura, ma io, dietro le sue spalle, faccio cenno ai ragazzi, con un sorriso, di tacere e pigliarsela, loro mi capiscono subito, la guardano, però, molto stupiti e la parola gli si tronca sulle labbra. Sento di amarli molto per la loro umiltà.
Poco dopo mi trovo a parlare con questa benedetta donna e, imprevedibilmente, le dico di essere consacrata. Mi fissa con due occhi stracolmi di ammirazione, si fa piccola piccola sulla sua sedia, che poi era mia e all’improvviso ho molto più spazio di quanto me ne occorra: <Che meraviglia> mi dice, <io però l’avevo capito>. È inutile domandarle da che cosa l’avesse dedotto. Incomincia la messa, una delle letture è il brano in cui il Signore chiede ad Abramo il sacrificio di Isacco, e lei mi sussurra: <Così mi dice sempre Dio: “Dammi tuo figlio” >.All’istante comprendo che suo figlio desidera diventare sacerdote e lei non vuole. Sto qualche attimo zitta, ma poi è più forte di me:
<Tuo figlio vuole fare qualcosa e tu non vuoi?> le chiedo.
<Sì>.
<Vuole farsi sacerdote>, non è una domanda, ma un’affermazione.
<Sì>.
<Offrilo a Dio durante questa messa>.
<Sì>.
Poi, per un po’, non abbiamo parlato.
<Gliel’hai offerto?> le chiedo in seguito.
<Sì>.
Alla fine della messa mi ha detto che suo figlio aveva ventisei anni, poi l’ho perduta tra la folla e non l’ho vista mai più> .

Domenica Luise

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine, pura fede in Dio -17 maggio

Maria, tu hai creduto
che Dio poteva nascere da te!

 Così sei stata
il riposo di Dio in terra,
guanciale vivo, dove il piccolo Gesù
succhiò il latte del tuo amore.

Maria,
quelle volte egli ebbe dove poggiare il capo!

Maria, dopo di te Gesù trovò gli apostoli,
le pie donne, i suoi innamorati
nel corso di ogni secolo. Innamorati,
come te, di un Dio
nato bambino in una stalla, nei disagi di un viaggio,
cresciuto in esilio,
vissuto in una bottega di falegname,
morto in croce col supplizio degli schiavi,
ultimo fra gli ultimi e primo dei risorti.

In lui fame, sete, stanchezza degli uomini
sono divenute fame, sete, stanchezza di Dio
che ha assunto, per eccesso d’amore, la nostra miseria
affinché noi assumessimo,
col nostro sì d’amore,
la sua divinità.

Comunicaci, o Maria, la tua fede nel Dio umile,
aiutaci a riconoscerlo sotto le spoglie umane,
insegnaci ad accoglierlo per dargli gioia
nei nostri cuori,
con la nostra vita.

Quella fede che sposta le montagne

Quando aspettava il quarto figlio tutti le dicevano: <Abortisci>, ma lei dura.
Una notte si sogna padre Pio, tutto bello nei paramenti sacri, che con aria decisa si alza da sedere e le dice: <Serve il mio aiuto?>.
Nasce un bambino e lascio a lei la parola, una mamma che adesso non ha nemmeno quarant’anni:
<Il piccolo aveva un anno esatto, il giorno dopo che gli abbiamo fatto la torta di compleanno era moribondo. Stavo come una cretina e non capivo che mio figlio moriva, era mezzogiorno, ha abbandonato il capo sulla mia spalla e non parlava più. Dopo due ore Francesco è stato ricoverato all’ospedale per tonsillite acuta e otite, il medico confermò la diagnosi. Il bambino aveva febbre altissima, quaranta e quattro, mangiava appena un cucchiaio di pastina e il mio latte.
Mi sono ricoverata all’ospedale civile e dormivo vicino a lui, in una camera dove c’erano sei bambini, tutti con tonsilliti e cose del genere. Ricordo che un giorno l’ho appoggiato sul letto e lui stava male, una signora mi ha detto: <Signò, non lo lasciare il bambino, guardalo>, le ho risposto: <Eh, no, non lo lascio, sono qui al bagno a lavarmi le mani, non è che mi allontano>, di nuovo lei mi ha ripetuto la stessa cosa: <Signò, non lo lasciare il bambino>, io non ho capito perché insistesse, ho pensato che mi dicesse così perché il bambino poteva cadere dal letto, invece poi, quando ha visto che si è ripreso, mi ha confessato: <Signò, a me mi sembrava che il bambino stava per morire, perciò vi dicevo di guardarlo>.
Dopo tre o quattro giorni una sera ho messo sotto il cuscino di Francesco un’immagine di padre Pio e ho pregato, pregato tanto che il cielo l’ho fatto scendere in terra, pregato senza sosta, però sempre fiduciosa. Il giorno dopo, verso le otto, mi sono accostata per vegliare il bambino e ho sentito un profumo meraviglioso di fiori, ho detto: “Mamma mia, che profumo” e mi sono ricordata che c’era l’immagine.
Viene il medico alle otto e trenta e gli dico che la febbre di mio figlio mi faceva impazzire, al che lui ha risposto: <A te sì, ma a me non più. Vieni di lì che mi devi portare una cosa dal tuo paese>.
Senza capire niente sono andata in un’altra stanza con lui, ha chiuso la porta, c’erano altre persone: una suora infermiera, una dottoressa e un dottore, entrata lì dentro mi fece leggere la diagnosi: mio figlio non aveva avuto una tonsillite, ma una salmonella paratifoide e tifoide, insomma tifo e paratifo. Nelle analisi precedenti non risultava questa malattia: tutto negativo, sennò il bambino sarebbe finito all’isolamento, invece mio figlio si è fatto tifo e paratifo in mezzo agli altri bambini senza contagiare nessuno, né le madri né i figli.
Quando ho saputo cosa aveva avuto, sono rimasta fredda, senza pensare a niente, ma lui mi ha detto: <Non ti impressionare, abbiamo trovato la medicina giusta>.
A mezzogiorno la suora portò la medicina, uno sciroppo, alle cinque l’altro cucchiaino, e generalmente nel pomeriggio gli saliva la febbre, ma da quel giorno in poi non è venuta più, era venerdì e io lo considero il mio giorno felice perché è quello in  cui è morto Gesù.
Adesso Francesco ha tre anni, è super intelligente, bello, vivace, affettuoso, la sera va regolarmente davanti al crocifisso e gli dice: <Scusa, Gesù>, ha già capito che la preghiera incomincia chiedendo perdono. Fa i capricci ed è furbo e monello come tutti i bambini. L’altra sera a messa, alla Comunione, ha incominciato a gridare in chiesa: <Mi fa fame, mi fa fame>, e siccome io gli dicevo di stare zitto, ha proseguito: <Mi fa fame di Ostia>.

Domenica Luise

 

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | 2 commenti

Vergine del dolore e dell’amore – 16 maggio

 

E’ dalla tua umiltà, o Vergine,
cioè dall’essere tutta presa dalla gloria di Dio
e non dalla tua gloria
che ha inizio il volo della tua anima.

Non hai fango dentro di te: sei la purissima,
non hai detriti dentro di te: sei la lievissima,
non hai angoli d’ombra dentro di te: sei la tutta luce.

Nessun dolore e nessun amore ti furono risparmiati,
o madre del Cristo e degli uomini, uno per uno,
Vergine dove palpita l’incandescenza dello Spirito,
creatura totalmente fusa con l’immacolatezza del Padre
che genera il Figlio in puro olocausto! Vergine
dell’acqua viva del Padre,
madre del sangue vivo del Figlio
che risorge nel fuoco vivo dello Spirito,
tu, Maria,
acqua, sangue e fuoco di Dio,
posseduta da Dio!

Liberaci dal fango e dai detriti,
fuga le nostre tenebre, Maria,
rendi anche noi innamorati
del Dio amoroso, doloroso e risorto
perché possiamo essere amore, sacrificio e resurrezione
insieme a te.

Sogni d’amore

Il dolore è come quando si dà un gran calcio alla palla: il colpo fa soffrire, ma la palla sale.
Anna ha trentanove anni, quattro figli: <Uno chiama, uno grida, uno piange> mi diceva l’altro ieri per telefono, probabilmente l’unica a stare quieta, forse perché non era in casa, era la femminuccia. Anna mi ha raccontato qualcosa del suo matrimonio: <Al secondo giorno di nozze si girava sempre dall’altro lato la sera dicendomi che era stanco e io piangevo, quanto ho pianto per un uomo, cretina, poi, in un momento di serenità, mi ha detto che già da quando sono entrata in chiesa vestita da sposa  gli era venuto il dubbio che io lo tradivo.
Adesso rimpiango, ma la parola rimpianto è poco, è niente, zero, sottozero, tutto il tempo perduto, il non aver saputo accettare la sofferenza senza cadere nella disperazione, è meraviglioso il dolore vissuto in totale innocenza…essere condannata e toccata su un punto…su questo punto preferisco la morte al peccato. Per me è stata una meravigliosa croce. Quanti schiaffi mi sono presa. Dopo tre mesi mi ha cacciata dal letto perché ero indegna di stare accanto a lui…e teneva il fucile sempre pronto sull’armadio con le cartucce a fianco> .
Anna chiama Gesù “lo sposo d’amore” e quando non può fare la Comunione di giorno sogna di farsela la notte.: <Siccome avevo sempre desiderato, da anni, di cantare “Ostia santa di pace e d’amor” davanti all’Ostia consacrata da vedere così, non chiusa nel tabernacolo, una notte della fine di luglio ho sognato che dalla chiesetta è partita l’Ostia grande e volava come una farfalla, si piegava nel volare, non era rigida, e si è fermata davanti al portone di casa mia, io ero fuori e appena l’ho vista, a tu per tu, guardandola, le ho cantato tutta la canzone: da anni avevo questo desiderio. Dopo mi sono girata per vedere se c’era qualcuno affacciato al mio palazzo, era notte e non c’era nessuno, solo una luce rosa e si sentiva l’eco di ave Maria e santa Maria…tutte anime che pregavano, voci angeliche davvero.
E tutte le confessioni e Comunioni che mi faccio in sogno…quante volte mi sono sentita dire: “Son io, son io”, quante volte in sogno ho bevuto al calice e nella realtà mai.
Ho sognato, una notte, di confessarmi da padre Pio, gli ho detto che avevo criticato e mormorato, mi ha risposto: <È bello amare il prossimo e chiedere la luce dei sensi> e poi mi ha regalato il suo piede con la stimmata da cui usciva sangue e una specie di schiuma>.
Anna sorride al ricordo dei suoi sogni d’amore: <Mamma, dov’è la giacca del pigiama?>, <Mamma, la ricerca di storia, le domandine, non so come fare>, <Mamma, non voglio dormire>, <Mamma, non ho fame>.
Anna afferra un bicchiere dove ci sono confettini variopinti: le servono per fare mangiare Francesco, lui intanto ci gioca. Alle domandine di storia ci penso io come posso. La giacca del pigiama è riapparsa, come per miracolo, dal mucchio, Luigi è a letto per primo. Anna mi sorride imboccando Francesco, che fa schizzare i confettini qua e là e poi borbotta e bisogna raccattarli tutti.
Forse stanotte ci sarà un altro sogno d’amore.

Domenica Luise

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine, Eucaristia di Dio – 15 maggio

Maria: tabernacolo della vita di Dio,
dove il sangue del Figlio brucia
in puro olocausto
traboccando su tutte le anime
del presente, del passato e del futuro.

Vergine crocifissa totalmente
per ognuno di noi,
madre le cui preghiere si moltiplicano
per i poteri di Gesù
e diventano universali
ricadendo tutte su ogni creatura
affamata e assetata di Dio!

Maria, tu sei offerta pura in Cristo,
tu sei la celebrazione eucaristica,
il tuo seno è altare di Dio;
Maria, tu sei l’ostia
Gesù è il sacerdote che ti celebra, tu sei
eucaristia sotto specie umane.

Aiuta, madre, ognuno di noi
ad essere una messa d’amore perenne
celebrata dal Figlio per la salvezza delle anime.

Anche in noi è presente Gesù
dal giorno del battesimo
per celebrarvi la nostra eucaristia.

Cristo Eucaristia nella mia vita

Il mio incontro con Cristo è partito dalla sete dell’Eucaristia.
La creatura che si è innamorata di lui a diciassette anni era molto differente da ciò che sono adesso. Mi ricordo di allora: ero una ragazzina qualunque, con la cotta per un noto attore e l’insofferenza verso la famiglia.
Sembrò che il mio cambiamento fosse repentino: all’improvviso passai dall’apparente indifferenza religiosa, non andavo neanche in chiesa tutte le domeniche, alla messa e alla Comunione ogni giorno.
Tutto ciò era stato preceduto da lunghe preghiere in cui il pensiero e il desiderio dell’Eucaristia, oltre che il dolore dei miei peccati, mi facevano stare sveglia e sospirare la sera nel mio letto.
Da allora è stato Cristo a mangiarmi più che io a mangiare lui.
È incominciata quella che io chiamo avventura.
Avventura significa che sono completamente trasportata, dopo avergli dato la mia mano tremante, per sentieri dove non posso prevedere mai cosa mi accadrà il minuto seguente. Potrebbe esserci il Tabor dietro l’angolo o l’orto del Getsemani con gli amici caduti nel letargo o il sangue della croce o il mattino della resurrezione. Avventura significa che non posso annoiarmi mai: piangere sì, sentirmi solissima fra tutti, essere incomprensibile e incompresa, rimanere misera e peccatrice dopo tante ebbrezze di sangue divino, gridare il dolore senza parole, sì, d’accordo: annoiarmi mai.
L’Eucaristia mi asseta sempre più: posso comprendere i drogati, che non riescono a liberarsi e hanno bisogno di dosi sempre maggiori, perché anch’io sono come loro, sono una drogata dell’Eucaristia. Ho bisogno di vivere sempre col rischio della vita: sono ben consapevole che certi momenti di adorazione intensa possono costarmi la vita, e a me vivere piace, ma morire d’amore mi piacerebbe di più e avverrà quando egli lo vorrà e se lo vorrà.
Quindi avventura col rischio della vita, avventura eucaristica, avventura imprevedibile, che non può annoiarmi né stancarmi, avventura d’amore. Qui la debolezza della creatura, la sua poca resistenza anche nella gioia oltre che nel dolore, l’incapacità, per il soprano, di tenere a lungo l’acuto non contano: oggi posso essere una fiamma per lui e domani sentirmi un pozzo vuoto, la straordinaria avventura dell’Eucaristia procede ugualmente.
Una Eucaristia che si identifica con la mia vita e mi si rende più necessaria dell’aria che respiro. Cristo Eucaristia è l’unico al quale io sia costretta a dire in tutta verità: <Non posso vivere senza di te >.
Prima di amare Cristo non vedevo nemmeno i fratelli, adesso se egli mi dicesse: <Domenica, accetta di morire di cancro e io salverò un’anima, una qualunque, una che non conosci>, gli risponderei di sì senza esitare un attimo.
E sfilano, dentro di me, le creature che amo di ardentissimo amore, con le loro ideologie politiche, il loro patire, la loro generosità, la loro luce, talvolta.
C’è il ragazzo che ieri sera, appena sono arrivata qua, mi ha portato la valigia più pesante  e c’è la signora sconosciuta alla quale ieri mattina, a Roma, ho portato io una valigia, ma era ala più leggera. C’è la suora conosciuta ieri in treno che, dopo la Comunione, mi dice: <Ti ho sentita dentro di me nel sangue di Cristo> e c’è la mia amichetta comunista, che si è iscritta al partito dopo avere scoperto che il suo amore era già sposato.
<Non voglio entrare in paradiso senza di loro>, ti urlavo l’altra mattina, o Signore, toccando con mano la mia impotenza i fronte a sofferenze che non arrivavo a consolare, non posso essere felice senza che accanto a me ci siano tutti. Tutti e per sempre, quelli che conosco e quelli che non conosco, quelli che furono, che sono e che saranno. Ho sete di anime come ho sete dell’Eucaristia, in un modo diverso eppure simile, tanto da dare la vita per te, o Signore, o per uno solo di questi miei fratelli. Perché da quando ho scoperto il vero amore è incominciata la mia Pasqua. (testimonianza letta dall’autrice ai cooperatori salesiano durante il congresso eucaristico di Pescara).

 Domenica Luise

 

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine, sacramento di Dio – 14 maggio

Maria, la tua verginità è un sacramento, fiume di grazia divina
che si versa su tutta l’umanità: acqua fresca e pura
sgorgante dalle inaccessibili profondità del Padre
come da una fonte che non si esaurisce mai,
Egli la fonte, tu il fiume, le anime
a cui ti manda sono il mare
nel quale ti versi per riunirle alla fonte.

Maria, la tua immolazione alla volontà del Padre
è un sacramento, oceano
di sangue divino
che si versa su tutta l’umanità, sangue
vivo e puro
sparso dal costato del Figlio
come da un dissanguato
che non smette mai di darsi in sacrificio: le anime
a cui egli ti manda
sono le pecorelle smarrite da guarire
perché possano posare sul tuo petto.

Maria, la tua incandescenza d’amore è un sacramento
che fonde la tua vita umana e la vita di Dio
in una sola vita d’amore: egli è il sole,
tu il raggio,
le anime a cui ti manda sono le tenebre da illuminare
e il freddo da scaldare.

Maria, rendici sacramenti d’amore con te.

Credo nella comunione dei santi

Dalle piaghe di Cristo siamo stati e siamo, se noi lo vogliamo, continuamente guariti perché la prima manifestazione del vero amore è il desiderio di curare l’altro. Come la mamma sente il bisogno di baciare la “bua” del suo piccolino, così Cristo bacia le nostre ferite e, attraverso un sacrificio pagato di persona, le trasforma in umiltà di pentimento d’amore e in unione con lui. Dopo averci salvati ci manda a fare lo stesso per i fratelli: <Andate e predicate a tutte le genti, imponete le mani e guarite i malati>.
Imporre le mani non significa fare un gesto teatrale, esteriore, ma amare. Se io amo, voglio che l’altro guarisca. Nel corpo mistico di Cristo ognuno di noi è una cellula viva mescolata alle altre cellule, sicché con il bene fatto da me inizia una reazione a catena ripercuotendosi sugli altri. La comunione dei santi incomincia fin da questa terra e significa che si riversa nella mia anima tutto ciò che di bello, giusto, santo hanno compiuto compiono e compiranno tutti i santi di tutti i tempi, futuro compreso. Quindi non c’è da stupirsi se un’anziana signorina, in Italia, viene guarita per mezzo di un missionario dell’India.
Ecco i fatti: “In seguito a una caduta con conseguente rottura dell’omero sinistro, io ero stata ingessata fino alla cintola. Una notte ho sognato che c’era un gruppetto di uomini e ad un tratto arrivò un uomo piuttosto alto e robusto nel corpo, vestito con un pigiama a righe, e si unì a loro. Il gruppetto, con il nuovo arrivato, si sposta e viene verso di me. L’uomo in pigiama mi passa davanti senza guardarmi, ma quasi mi sfiora mentre uno del gruppetto mi dice, indicandolo: <Adesso è arrivato lui, aggiusta tutto lui, tu puoi stare tranquilla>.
Al mio risveglio subito ripensai a quello che avevo sognato: “Sarà qualcuno mandato dal Signore per guarirmi?Ma perché era vestito in quella maniera? Col pigiama!”. Dopo il sogno guarii rapidamente, in pochissimi giorni ripresi tutti i movimenti.
Avevo fatto il sogno nella notte tra il sabato e la domenica. Il venerdì della settimana successiva mi telefona il mio sacerdote indiano, L.B. Anthonj, che io ho adottato, e mi dice: <È morto don Mario>. Immediatamente riconobbi l’uomo e il pigiama. Avevo conosciuto don Mario in un ospedale di Como, poi l’avevo visto nell’infermeria dei salesiani a Torino, aggravato, ancora a letto, quindi con il pigiama. Don Bianchi era un missionario salesiano che apparteneva al gruppo dei pionieri. Avanzato in età e ammalato, l’avevano fatto tornare in Italia per curarlo, ma qui morì senza potere rivedere la sua India, la sua missione dell’Assam dove, fra i tanti, aveva visto crescere nella fede anche il mio Anthonj, che ora era in Italia e andava a trovarlo con affetto e riconoscenza, come un figliolo.
Approfondii la conoscenza di don Mario come missionario. Seppi che era di una straordinaria bontà e che aiutava tutti in ogni occasione. Le persone a cui raccontai il mio sogno non si stupirono che facesse miracoli dopo morto”.
Questa è l’esperienza di Beatrice: una guarigione fisica. Mi ha parlato della gioia provata nell’estate nuotando a mare, lei che non poteva più muoversi! Anche a mia sorella, dopo avere pregato il Signore, è scomparsa da più di un anno una nevralgia al trigemino che la torturava e l’aveva ridotta al massimo dei calmanti sopportabili dall’organismo. Ma più belle ancora sono le guarigioni spirituali: Gesù ha detto che la conversione di un’anima è miracolo più grande di risuscitare un morto.
È capitato a Rosa, trent’anni, terza media, si era allontanata completamente dalla chiesa. Un bel giorno alla sua porta bussarono i testimoni di Geova, davanti alle loro parole Rosa rispose: <Va bene, voi siete preparati, allora ponetemi un quesito, datemi due giorni e poi vi so rispondere anch’io>. Dopo tre mesi di questa vita, a furia di scartabellare la Bibbia, di andare a chiedere al parroco spiegazioni su questo e su quello, si è finita col convertire a Cristo e ora è una cristiana convinta, che lavora in parrocchia dove la chiamano san Paolo perché ha il dono della parola, dell’incoraggiamento e dell’esortazione.

Domenica Luise

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | Lascia un commento

Vergine pietosa – 13 maggio

Nessuno ha un amore più grande
di chi dà la vita per quelli che ama,
e tu, Maria, fin dal sì
detto, palpitando in umile sorpresa, all’arcangelo,
hai dato la tua vita a quelli che ami,
e la tua vita è Gesù,
e quelli che ami siamo noi: i miseri,
i peccatori, le anime immortali
infangate dai nostri corpi di terra.

Sapevi cosa ti aspettava
a causa di quel sì,
ma non ti sei rifiutata all’amore
per paura di un grande dolore.

E della tua vita
hai fatto una sola vita
con quel Figlio divino: sei nata
nella stalla in una notte gelata,
sei vissuta da povera,
sei salita sulla croce e sei risorta
spezzando il sepolcro
e spaccando con la tua luce, che è la sua,
le tenebre dei cuori induriti: Il mistero di Dio
è stato filtrato attraverso Maria amata da Dio,
resa sacramento di vita divina,
di morte divina e di resurrezione divina
per tutti i fratelli amati in Dio.

Tu, la pietosa, rendici pietosi
e capaci di aprire la nostra vita
per amore
in salvezza ai fratelli.

Grazie, Maria.

La vita è sempre bella

Ci sono pensieri di cui nessuno si può meravigliare perché almeno una volta nella vita vengono a tutti. Questa è la testimonianza di un uomo di settantasei anni:
Avevo l’animo sospeso per tante contrarietà: la causa, la moglie che non vuole pensare a risparmiare qualche soldo, e pensavo a un modo per farla finita senza soffrire, magari di scrivere una lettera nella quale dicevo dove ho nascosto quei quattro soldi e poi prendere una pillola la sera…una pillola di che?
Quella mattina avevo fatto le mie preghiere: io ho l’abitudine di accendere la luce davanti a un quadro del crocifisso fatto da me e prego lo Spirito Santo. All’improvviso, durante il giorno, ho ricevuto la visita di un giovane, il quale mi ha detto che era impiegato a Milano presso un’agenzia di pignorazione e che si trovava qui al mare in vacanza. La sua condizione economica non era per la quale e quindi girava di casa in casa vendendo delle scatole di cerotti a mille lire la scatola.
Il giovane era alto, piuttosto mingherlino, dell’età di circa venticinque anni. Io ho comprato uno scatolo di cerotti e gli ho dato mille lire. Ad un tratto questo ragazzo ha notato nel corridoio della mia casa un quadro di Gesù e uno della Madonna e ha detto: <Belli! Chi ha dipinto questi quadri?>. <Li ho fatti io> e  gli ho aperto la porta del mio studio, che poi è il deposito di casa. Ci vuole coraggio a fare entrare la gente lì dentro perché io ho la vocazione dell’archivio: trovo che tutto possa essere utile e non butto mai niente, così le mie figlie dicono che sono un raccatta spazzatura, ma mi vogliono bene lo stesso.
Libri, riviste vecchie, un cagnolino di vetro senza un orecchio, un tacchino di conchiglie senza il becco, un grosso portacenere che non mi serve perché non fumo, due orribili portafiori, orribili dicono loro, le figlie, con dentro uno i fiorellini delle bomboniere, il vecchio scolapiatti appeso alla parete pieno di bottiglie di alcool, bombolette per il lume a gas, mollette da bucato ed esca pronta per la distruzione di ratti e topi, il vecchio frigorifero dove amo nascondere le mie riserve alimentari e gli stracci e saponette da tirare fuori al momento in cui la moglie è disperata e non sa dove trovare lo scatolo di pomodoro per il sugo, insomma ho fatto entrare lì dentro il ragazzo e gli ho mostrato alcuni miei disegni in bianco e nero e molti quadri a olio che erano appesi alla parete. A un certo punto, nel guardare alcuni lavorucci a matita, si è fermato su un volto di donna: <È bellissimo>.
Gli ho subito risposto: <È suo, lo tenga>.
<Lei mi fa un regalone del genere! Grazie>.
Guardava fisso il quadretto e sorrideva. Ho provato l’emozione di fare del bene. Mentre glielo avvolgevo per darglielo, mi ha messo le braccia sulle spalle e mi ha detto: <La vita è bella anche se ci sono difficoltà, ma la vita è bella, si ricordi!>, questo discorso me l’ha fatto all’improvviso, senza nessuna ragione apparente, ed era la risposta al mio stato d’animo di prima, risposta che io debbo ritenere ispirata dallo Spirito Santo, che avevo tanto pregato la mattina. Dio si serve davvero di chiunque.

Domenica Luise

Pubblicato in Domenica Luise | Contrassegnato | 3 commenti