Vergine del coraggio – 22 maggio

 Vergine, sul Golgota sei colei che non ha paura
perché troppo ama. Tu, l’umilissima,
la grande silenziosa,
una qualunque tra la folla
che ascoltava il tuo Gesù
parlare delle cose del Padre,
adesso tu ci sei.

 E sei crocifissa col crocifisso,
sei sacerdote e vittima,
una sola ostia che si innalza con lui.

 Quella carne a brandelli è la tua carne,
quelle mani e quei piedi crocifissi tu glieli hai dati,
è tuo quel sangue che scorre dalla croce
e quel volto divino tumefatto.

 Stai partorendo adesso il tuo Gesù
in salvezza per l’umanità,
mai come ora sei la tutta mamma
perché la tutta in sacrificio,
corredentrice non insanguinata
nel martirio esterno,
ma colpita di spada segreta.

Dacci il tuo coraggio nel dire di sì a Dio
per sradicarci dal regno della morte
e passare con Cristo
a quello della vita.

Le piaghe dell’amato

 Questa è una testimonianza delicatissima, che non può essere firmata nemmeno con il nome, sono autorizzata solo a dire che si tratta di una signorina di circa quarant’anni.
<Il giorno prima avevo compiuto vent’anni e quella mattina mi sono svegliata con la preoccupazione degli esami da dare all’università e una stanchezza immensa. Avevamo un gattino, ricordo, che saltò sul mio letto e io lo spinsi verso i piedi perché non volevo che mi si accostasse, eventualmente, al viso. Allora abitavamo in una casa molto piccola e dormivo nella stessa stanza con papà, mamma e mia sorella: una bella sofferenza anche questa e mancanza di libertà. Sentii che papà era sveglio e gli chiesi che ore fossero, erano le cinque e mezzo. Subito dopo sentii che dovevo fare il vuoto dentro di me per sentire Dio e incominciai a provare per lui, l’altissimo, un grande spasimo d’amore più violento delle altre volte. Credetti di morire e allora cercai di pensare un atto di dolore, ma non ci riuscii perché la mia mente era bloccata, anzi sentii che quest’atto di dolore era inutile. Allora non sapevo niente né di estasi né di profezia: niente. Sapevo solo che spesso, quando pregavo, sentivo Gesù come una piaga dolcissima e dolente nell’anima, nel cuore, e una sera avevo pensato: “Queste sono le fiamme in cui si trovano quelli che mi amano”.
Ebbi paura. Era come se il soffitto mi risucchiasse. Pensai che dovevo fare un sorriso al mio Dio che veniva, ma credo piuttosto di avergli fatto una smorfia perché non potevo muovermi se non con grande fatica, mi spaventai ancora di più quando mi resi conto che non ero in grado di aprire gli occhi. Trascinai un braccio e sollevai una palpebra: l’occhio si richiuse subito da sè. Ricordo che feci anche, con sforzo immane, un segno di croce, ci riuscii, ma ero come di piombo, pesantissima. A questo punto precipitai e non sono mai stata capace di ricordare cos’è avvenuto al centro di tutto l’episodio, solo una cosa so: avevo l’impressione nettissima di essere viva, ma non come lo sono adesso, e di fluttuare per aria accanto a una finestra che c’era ai piedi del letto. Nel rinvenire ho sentito, profondissimamente, la presenza di Dio, non ho visto né toccato niente, ma era l’assoluta certezza di Dio, che mi diceva: <Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò>, però non ho avuto il coraggio di chiedergli ciò che desideravo: di soffrire le piaghe del crocifisso.
Contemporaneamente ho sentito che, dopo quanto era avvenuto, mi sarebbe stato impossibile amare e sposare un uomo di questa terra.
Allora avevo fatto un pensierino su un ragazzo che mi piaceva…non conclusi niente, ci furono altri, dopo, che mi piacquero e a cui, magari, piacqui anch’io, uno ce ne fu, in particolare, che mi ha fatta tremare a lungo, ma io tremavo e dicevo di no. Era più forte di me.
Quell’estasi, allora, durò un’ora, lo so perché quando finì, prima di girarmi comodamente su un fianco e di rimettermi a dormire, chiesi di nuovo l’orario a papà. Un’altra mattina avvenne di nuovo. Ricordo che la radio era accesa ed io mi dovetti fare violenza per superare il sentimento di rabbia provato verso papà, che la teneva tanto alta. All’improvviso ebbi l’impressione di cadere dal letto, cercai di afferrarmi a qualche parte, ma senza riuscirci, mi accorsi che questa caduta era lunga, dolcissima, e mi abbandonai. Di tutto ciò che è successo ricordo, nettamente, le mie parole all’amato: <Signore, ti faccio voto di verginità>. Lo dissi al sacerdote che allora mi guidava, mi rispose che il mio voto non era valido perché fatto in stato di incoscienza, allora ho vissuto, mi stavo per innamorare, ma ho detto no e dopo sei anni avevo il permesso, il giorno di Pasqua, di consacrarmi per sempre, ma io avevo fretta d’amore e nella notte del sabato santo, alla veglia, durante la messa ho concluso tutto. Era mezzanotte e venti.
Quest’anno ho compiuto dieci anni di consacrazione. Lo sposo d’amore ha voluto festeggiare a modo suo: la notte del sabato santo, all’ora esatta, mi sono svegliata immersa in profumi soavissimi e violenti di fiori, che sono durati fino al mattino>.

Domenica Luise

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