Vergine, madre del natale e della pasqua – 10 maggio

Maria, grappolo spremuto in sacrificio
per dare tutta la tua dolcezza, grano triturato
per dare tutta la tua sostanza! Anche la resurrezione
è un natale. Cristo è nato
la prima volta attraverso la tua carne,
la seconda volta attraverso il sudario e il sepolcro.

Tu hai chiamato Dio in terra
con la tua ansia amorosa che egli si incarnasse,
tu hai richiamato il Figlio da morte
con la tua ansia amorosa che egli risorgesse.

Vergine, tu, madre del natale e madre della pasqua,
hai fatto battere il cuore di Dio!

Nel tuo abbraccio, come bambini piccoli,
riceviamo anche noi da te la vita del Padre
per diventare donatori di Dio.

Maria, ostia sacrificata, bianco pane
da spezzare sui fratelli,
associata alla divina generazione e resurrezione
del Figlio dal Padre attraverso lo Spirito di fuoco e vita,
vergine, vittima, innamorata di Dio,
figlia, sorella, mamma di Dio,
tu non lo tieni per te gelosamente,
ma subito lo doni, ai pastori prima,
alle folle dopo, ai carnefici alla fine.

Cristo è dono di Maria,
Maria è dono del Padre
attraverso lo Spirito. Ogni uomo
è un dono
perché ha in sé scintille divine,
ogni uomo è da amare come lo amano Maria e Gesù:
fino alla morte di croce per lui.

Vergine, prendi le nostre briciole e dalle a Gesù
perché le trasformi in pane.

I poveri Cristi

 Non sempre, anzi quasi mai Cristo fu compreso, nacque da miserabile in una stalla e morì da vinto sulla croce. Quando noi affermiamo del fratello: <È un povero Cristo>, diciamo una verità teologica.
Poveri Cristi sono gli immigrati, povero Cristo è il mendicante che dorme alla stazione di Messina, gira con un cappotto troppo largo, le scarpe sformate e legate con lo spago, un altro cappottino da bambino e  cenci vari sotto il braccio, forse gli servono da cuscino e da coperta.
L’altro giorno, in chiesa, mi sono accostata e gli ho dato il segno della pace, mentre usciva si è avvicinato esitante, temeva che io potessi non volere, mi ha stretto la mano e mi ha detto in siciliano: <Mi piaciu vossia>, che alla lettera significa: <Vossignoria (espressione di grande rispetto) mi è piaciuta>. Perché l’ho trattato da uomo. Un’altra volta, nell’andarsene, gli è caduto un cucchiaio di plastica, mi vergognavo a raccattare il cucchiaio da terra e darglielo, ma poi ho pensato che quel cucchiaio gli serviva per mangiare, <Grazie> mi ha detto affondandomi gli occhi negli occhi.
Qualche anno fa un altro povero Cristo guardò mia sorella: era anche questo un vecchio, che le si accostò a Taormina, mentre Iole era in macchina e aspettava Pierina, le fece un discorso sconclusionato: che lui aveva i figli, che la sera si preparava, pronto sulla sedia, il caffè solubile con lo zucchero già fatto e la mattina lo beveva ed era buono, che ora però non aveva i soldi per comprarselo. Mia sorella prese le mille lire, allora costava mille lire, il vecchio scoppiò a piangere: <Ma io i figli li ho, io non chiedo la carità>>. <Prendeteli come se fossi vostra figlia>, lui la guardò stringendo il denaro e Iole vide due raggi di luce azzurra uscirgli dagli occhi: il povero Cristo risplendeva.
Povero Cristo è la vecchina che mendica accanto al santuario di S. Antonio a Messina; l’altro giorno le ho fatto una fotografia perché temo sempre che mi muoia e lei si è messa in posa tutta sorridente in mezzo ai suoi stracci. Ha le labbra viola: il cuore, è evidente. Ogni tanto non ha la forza di uscire a mendicare. Una mattina era spaventata e, pudicamente, mi ha detto di essere andata dal medico perché era uscito sangue “da quel posto”, emorroidi, speriamo. Un’altra volta mi disse che aveva avuto “fame”, mi trovavo in borsa un panino bene imbottito di formaggio e prosciutto, <E per voi l’avete?> ha chiesto ansiosa.
L’ho rassicurata che avevo già mangiato e quella sua preoccupazione, quel pensare che io potessi avere fame per dare da mangiare a lei, mi è rimasta dentro come una tenerezza.
Mi afferra sempre le mani e le bacerebbe volentieri, così un giorno l’ho baciata io sulla faccia scarna, mi vergognavo, perdonami, Signore, di baciarti in mezzo alla strada, ma ho dovuto farlo. E mi ripete sempre: <Grazie, grazie, non credetevi, figlia, che vi dico così perché mi avete dato i soldi, grazie, che il Signore vi benedica>, me ne vado in fretta e accorata, sentendo questa benedizione, perché mi ricordo di mia madre, un altro povero Cristo anche lei. Io e mia sorella piangevamo di nascosto perché moriva, ci chiamò e ci scrutava: <Com’è che avete questi occhi? Non piangete per me. Io vado>. <No, mamma, e perché dovremmo piangere?>.
Oh, Dio, perché piangeva sul Calvario la Vergine santissima? Povero Cristo è stato zio Peppino, che è morto nel sonno in silenzio, lasciando due cuscini zuppi di sudore. Povero Cristo è la bella ragazza di quella sera che due amici invitarono me e mia sorella al circo, appena uscì io e Iole la guardammo e dicemmo in coro: <Questa ragazza sta male>, i due giovani erano perplessi: <E voi come lo sapete?>, impossibile dirlo, ma sentivamo per lei amore e compassione. Non le riuscì se non dopo varie cadute e molto a stento di fare il suo numero al trapezio, mentre l’altoparlante proclamava: <Non è mai caduta, cosa sarà successo stasera?>.
Povero Cristo è mio padre quando resta solo a casa, è zia Maria quando non si sente compresa, sono io, che oggi mi trovo in croce e mi sento impotente  perché il gruppo di preghiera di cui faccio parte è ridotto a meno della metà. Ho pregato col rosario doloroso nella cappella della stazione e al primo mistero, quando ho detto: <si contempla il sudore di sangue di Gesù>, lui, nel mio pensiero, ha risposto: <E io contemplo il tuo sudore di sangue>.

Domenica Luise

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