Vergine, preghiera perenne – 1 maggio

Maria, tu sei un’anima talmente cristificata,
cioè talmente figlia col Figlio,
da costringere il Padre a fare diventare Gesù
carne della tua carne
attraverso il fuoco di vita dello Spirito.

Tu sei regina, o Maria
perché la tua vita fu elevata
in preghiera perenne.

Tu sei stimmatizzata, o Maria,
senza spargimento di sangue
e il Padre contempla in te
l’immagine del Figlio Suo
segnato dal fuoco dello Spirito.

Il tuo respiro è preghiera,
il tuo battito è preghiera,
il tuo sonno è preghiera,
le tue azioni sono preghiera.

Maria, tu hai trovato l’altissimo
faccia a faccia, nel tuo Figlio,
e contemporaneamente nel cuore di ogni creatura umana,
anche in Giuda, finché in lui ci fu
una minima gemma ancora viva
che potesse fiorire e rifiorire.

Maria, donaci la tua preghiera.
Ne abbiamo bisogno.
Insegnaci a pregare
come pregavi tu. Con quella fede,
con quell’amore,
con quell’unione profonda con Gesù.

Maria, donaci il tuo Dio. Grazie, Maria.
Alleluia.

 

Roselline rosa

 Avevo tredici, quattordici anni, siccome avevo una comare che era molto religiosa, andava sempre al santuario di San Francesco di Paola e mi portava insieme a tante ragazze. Quando si inginocchiava non è che lo facesse piano piano, ma si buttava con una certa violenza contro il pavimento. Le ho domandato perché e ha detto: <Per penitenza al Signore>, così alla prima occasione l’ho fatto pure io e ho sbattuto molto fortemente il ginocchio sinistro. Al ritorno a casa, nello stesso giorno, cominciai a sentire dei dolori. Siccome era di maggio, facevamo il mese del cuore di Maria, la sera venne mia comare a chiamarmi, ma mia madre, anziché di fare rispondere me, le disse: <Questa sera non viene perché deve terminare la camicia a suo padre che non gliela finisce mai>. Io stavo cucendo a macchina e pedalavo con una gamba sola perché l’altra mi faceva troppo male. Quella, poverina, insisteva, ma mia mamma ha detto: <Comare, è inutile che insistete perché non viene>.
Quella se ne andò ed io continuavo a lavorare, arrivata a un certo punto mi occorrevano le forbici e non c’erano lì, sulla macchina, mi sono alzata per andarle a cercare e mi sono accorta che stentavo a camminare.
Stavo zitta e ancora non dicevo niente  perché sennò lei poteva pensare che lo facevo apposta perché non mi aveva fatto andare in chiesa.
Allora, dopo che ho preso le forbici, sono andata nella camera della mamma dove c’era un bel quadro del cuore di Gesù e gli ho detto, però ridendo: <Gesù mio, mi fa troppo male questo ginocchio, ma io l’ho fatto per te, tu lo sai, hai visto?> ed ero contenta, io, che avevo quel bel dolore per lui. Poi la sera mi è venuta la febbre alta, a trentanove o quaranta, mi sono messa a letto e alle domande di mia mamma ho detto che il ginocchio mi doleva troppo. Sono stata con quel ginocchio a letto e dolori atroci circa una settimana, è venuto il dottore due o tre volte e si sbagliò di diagnosi, incominciò a ordinarmi purganti, purganti. Poi il mio papà o mia mamma hanno chiamato un altro dottore, che ha detto che c’era il liquido e mi stava andando sotto il ginocchio, mi portarono in clinica  e mi operarono quel giorno stesso, ma mi addormentarono semplicemente la parte. Il dottore mi disse: <Stai calma che in quindici minuti abbiamo finito>. Io avevo messo sugli occhi delle immaginette del cuore di Gesù e della Madonna, me le tenevo con le mani, ma poi, quando mi hanno preso le braccia per legarmi, mi sono cadute e il dottore le ha prese e ha detto: <Te le metto qua, quando poi finiamo te le do>.
Io, quando ho incominciato a sentire dolore, mi sono messa a dire il Padre nostro piano piano, alzavo la voce di più quando il dolore era forte, quando era di meno l’abbassavo. Finito il primo Padre nostro, loro non avevano finito, senza perdere tempo ne ho incominciato subito un altro, così ne ho detti due, o dolce Gesù, che è stato bello. A questo punto l’operazione finì e il dottore stesso mi portò in braccio sul letto raccomandandomi di non muovermi, e così sono restata immobile quasi due giorni. Mia mamma, quando ha capito l’importanza del mio male, ha avuto come una specie di crisi e l’hanno portata dalla clinica a casa, dove è rimasta a letto per due giorni e non è venuta e io l’aspettavo sempre, ogni momento, e non sapevo perché non veniva mai. Un pomeriggio, mentre la stanza era semibuia e altre due ammalate vicino a me dormivano, io non potevo prendere sonno perché pensavo a mia mamma, girando gli occhi, vicino a me ho visto il cuore di Gesù in carne e ossa, come vedo te, di una bellezza mai vista, indescrivibile, era alto, poi di una perfezione, maestoso. Il suo viso splendeva di una chiarezza così perfetta che sembrava di porcellana trasparente, come era il viso così le mani. Io lo guardavo dai piedi alla testa e ho visto che aveva sul capo una corona tutta di roselline piccole piccole di un rosa pallido. E ho detto: <Cuore di Gesù, che bella corona di roselline che hai, chi te l’ha data?>.
Lui ha spostato la mano dal petto e ha fatto cenno verso di me, la voce non l’ho sentita, ma ho visto che ha mosso le labbra e io ho capito che ha detto:<Tu!>.

(Una nonna)

PS: Questa nonna, che allora era sui sessantasette anni, è morta alcuni anni fa, in una telefonata che avevamo appena scambiato mi aveva detto: <Sono felice>. Si chiama Filomena.

Domenica Luise

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